Un momento della manifestazione davanti alla Corte d’Appello (fotoSchicchi)
Un momento della manifestazione davanti alla Corte d’Appello (fotoSchicchi)

Bologna, 5 marzo 2019 – Il grido si è levato alto, nello spiazzo davanti alla Corte d’Appello. “Vergogna, vergogna!” hanno urlato a gran voce le tante donne presenti stamattina, in rappresentanza di quasi una trentina di associazioni, movimenti e gruppi politici che si sono mobilitati per protestare (foto) contro la sentenza dell’Assise d’Appello che ha quasi dimezzato la pena (da 30 a 16 anni) per Michele Castaldo, omicida reo confesso di Olga Matei. Nella sentenza si parla anche di una “tempesta emotiva” nel concedere le attenuanti generiche.

Aggiornamento Il killer tenta il suicidio in carcere

Una vergogna che rischia di creare un precedente”, hanno detto le manifestanti, intenzionate a invitare il presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Colonna, a un dibattito pubblico per parlare della vicenda. “Una sentenza vergognosa, che ci porta anni indietro, quando c’era il delitto d’onore”, ha spiegato l’ex senatrice Pd Francesca Puglisi, che fa parte dell’associazione Towanda Dem e che oggi ha manifestato con esponenti di Arci Bologna, Arcigay il Cassero, associazione Mondodonna, associazione Orlando, associazione il Progetto Alice, Auser Emilia-Romagna, Coalizione civica Bologna, Conferenza donne Pd Bologna e Emilia-Romagna, Cgil, Coordinamento centri anti violenza dell’Emilia-Romagna e Articolo 1-Mdp Bologna, Nessuno resti indietro, Gruppo Marija Gimbutas di Sasso Marconi, Lesbiche Bologna, Maschile Plurale, Perledonne di Imola, Rete attraverso lo specchio, RoseRosse, Sos Donna Bologna, Trama di Terre Onlus, Udi e Youkali. “Questa sentenza è da respingere totalmente, possiamo dire che sia vergognosa e quindi da genere maschile penso che siano gli uomini i primi a dover esser presenti, nel passato ma soprattutto da oggi – ha detto Andrea Matteuzzi della Filt-Cgil –. A partire dall’8 marzo faremo di tutto per sensibilizzare e essere presenti sul tema”.

false

La mobilitazione nasceva per “sostenere la Procura generale che farà ricorso in Cassazione contro la sentenza e noi continueremo a mobilitarci fino a quando non verrà cambiato l’indirizzo, che risale al 2016, per cui gli stati emotivi e passionali possono essere usati come attenuanti”, ha spiegato Giulia Sudano, presidente dell’associazione Orlando aggiungendo che è “fondamentale anche il sostegno delle istituzioni e della Città metropolitana”.

Solidarietà che è arrivata pubblicamente anche dal sindaco Virginio Merola, che in un post su Facebook ha scritto di “capire le donne in presidio perché tantissimi, si sono sentiti profondamente disorientati dalla definizione di ‘tempesta emotiva soverchiante’”. In più, “il Comune destina il 5 per mille che viene assegnato dai cittadini con la loro dichiarazione dei redditi al contrasto della violenza sulle donne e nella nostra città esistono esperienze importantissime che lavorano da anni in questo campo”, ha aggiunto Merola.

Intanto, sulla vicenda è intervenuta anche la Giunta distrettuale dell'Associazione Nazionale Magistrati: "Ogni giudizio muove pur sempre da premesse fedeli alla realtà dei fatti. In una simile prospettiva, appare pertanto impropria – come pure risulta in alcuni interventi – la mistificazione del contenuto del provvedimento in commento svolta da chi ha ritenuto di estrapolare singoli passaggi ed accreditando motivazioni del tutto diverse da quelle costituenti il corpo del provvedimento che si intende criticare. Si ribadisce, dunque, la necessità che ogni valutazione poggi sulla corretta rappresentazione dei passaggi tecnici della decisione, per evitare che l’evocazione di conclusioni eccentriche (quali la reintroduzione del delitto d’onore ovvero la gelosia come condizione da cui far dipendere la concessione di attenuanti) – eppure ascritte all’operato del giudicante – possano produrre un clamore ingiustificato, che rischia di delegittimare l'operato dell'autorità giudiziaria, rappresentandolo come arbitrario e misogino”.

I legali della Camera penale bolognese si sono schierati con i giudici d’appello che hanno “fatto buon governo di insegnamenti costanti della Suprema Corte che invitano a valorizzare, ai fini della concessione delle attenuanti generiche, tutte quelle insorgenze che emergono complessivamente dagli atti e dai contributi confluiti nel processo”. Anzi gli avvocati penalisti hanno stigmatizzato che “una sentenza pronunciata “In nome del popolo italiano” sia divenuta oggetto di surrettizia critica basata su informazioni scorrette e deviazioni che rispondono a logiche diverse da un corretto e, in quanto tale, sempre giustificato diritto di critica”, auspicando un dibattito “scevro da intenti di propaganda politica o da ricostruzioni basate su errati presupposti fattuali e giuridici”.