Raffaella Fabbri, biologa del Sant'Orsola
Raffaella Fabbri, biologa del Sant'Orsola

Bologna, 19 settembre 2018 - E' una mamma da primato, ma sembra ancora incredula per quello che le è accaduto: è la prima donna, in Italia, ad aver partorito un bimbo dopo avere crioconservato il proprio tessuto ovarico in modo da poter combattere e superare un tumore.

"Non avrei sperato di poter avere un figlio – dice la trentacinquenne – eppure è accaduto e oggi sono orgogliosa di essere finita nella letteratura scientifica. Era il 2012 quando i medici mi dissero che avevo un linfoma non Hodgkin. Mi ero sposata un anno prima e così gli specialisti di Brescia, città dove a luglio è nato mio figlio, mi indirizzarono subito al Sant’Orsola per il prelievo del tessuto ovarico in modo da lasciarmi, dopo le cure, la possibilità di procreare".

E così è iniziato il percorso di preservazione della fertilità. "Una tecnica per me nuova – precisa la mamma lombarda –. Mi hanno sottoposto al prelievo attraverso la laparoscopia, in anestesia totale. Due giorni dopo ero a casa e iniziavo la terapia. È stato pesante: chemio, autotrapianto di midollo e radio, ma è andato tutto bene. Così, dopo quattro anni, sono tornata di nuovo a Bologna". Era venuto il momento di prelevare dalla biobanca il tessuto ovarico congelato.

La stessa tecnica, usata nel 2011 all’ospedale Sant’Anna di Torino, ha portato alla nascita di una bimba figlia di una donna talassemica. Invece, la mamma di Brescia, è stata colpita da un tumore. "Con il primo reimpianto il mio apparato ginecologico ha dato segni di ripresa, ma senza gli effetti sperati – ricorda la giovane mamma – e allora è stato fatto un secondo reimpianto: nel giro di un paio di mesi è ricomparso il ciclo e dopo altri due mesi sono rimasta incinta. L’ho scoperto con un test di gravidanza fatto in casa e allora, dopo i primi momenti di gioia, ho inviato un messaggio alla dottoressa Fabbri: sapevo che la situazione era delicata".

Quando la biologa, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari del Policlinico, ha letto il testo, ha chiamato subito la paziente. "Le ho detto di fare un esame del sangue per avere la certezza della gravidanza – spiega Raffaella Fabbri – e poi di venire da noi. L’abbiamo sottoposta a un’ecografia: era tutto a posto. Certo, per noi è stata una grande soddisfazione aver fatto diventare madre, per la prima volta nel nostro Paese, una donna che è stata una paziente oncologica".

Renato Seracchioli, direttore dell’unità operativa ginecologia e fisiopatologia della riproduzione umana del Sant’Orsola, è il chirurgo che ha seguito questo caso da primato: "Sappiamo che nel mondo, grazie a questa tecnica, finora ci sono state 130 nascite da ex pazienti oncologiche Noi, finora, abbiamo eseguito altri 16 reimpianti e cinque donne stanno cercando una gravidanza. È una tecnica promettente, anche perché evita alle pazienti una menopausa precoce con i problemi di salute ad essa associate".