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23 apr 2022

The Dark Machine: "Luci e suoni dagli anni 70"

La band bolognese al Teatro Duse con un tributo immersivo nel mondo dei Pink Floyd: "Ricreiamo gli stessi suggestivi effetti"

francesco moroni
Cronaca
Marcello Rossi (chitarra e voce) è il fondatore della band The Dark Machine
Marcello Rossi (chitarra e voce) è il fondatore della band The Dark Machine

Bologna, 23 aprile 2022 - "L’idea del tributo nasce nel 2014, ma non per riprodurre i brani pedissequamente rispetto all’album: parliamo di registrazioni irripetibili. L’obiettivo era cercare di trasmettere la potenza dei live dei Pink Floyd".

A taste & Flavour Pink Floyd Tribute doveva tenersi inizialmente a maggio 2020; poi la pandemia, le restrizioni, gli stop che ne hanno congelato l’essenza, rimandando l’esibizione. La band bolognese The Dark Machine torna così sul palco del Teatro Duse con un concerto tributo ai Pink Floyd stasera, alle 21 (Info: teatroduse.it). Il fondatore del gruppo Marcello Rossi (chitarra e voce) racconta il lungo percorso e il lavoro dietro alle quinte, che ha portato alla realizzazione di quello che si avvicina molto di più a "uno spettacolo teatrale", che a un concerto.

Rossi, come siamo arrivati a oggi?

"Con un grande lavoro di ricerca: siamo andati a recuperare materiale video e bootlegs autentici (una registrazione realizzata in forma amatoriale o professionale generalmente distribuita in forma non ufficiale tra i fan, ndr) per studiare da vicino le esibizioni dei Pink Floyd. Particolarmente interessante è il discorso della ‘quadrifonia’".

Qualcosa di cui, probabilmente, in molti hanno soltanto sentito parlare...

"A quei tempi, ovviamente, si trattava di una rivoluzione incredibile. Ora con alcuni altoparlanti siamo in grado di riprodurre quello che veniva fatto negli anni ‘70 con l’Azimuth Co-ordinator, il primo rudimentale sistema di gestione quadrifonica del suono".

Cosa accadeva allora?

"Era una sorta di ‘joystick’ sulla tastiera, che permetteva di fare ruotare il suono dello strumento e anche della chitarra, arrivando come ad avvolgere il pubblico".

Una sorta di ‘dolby surround’?

"Esattamente. Ora gli spettatori sono abituati a questo genere di effetti, anche grazie all’home theatre’, che quasi tutti hanno dentro casa. Eppure anche oggi, quando il suono comincia a girare intorno al pubblico, si crea un’esperienza molto forte e immersiva".

E le luci?

"Anche questa parte è molto curata: per la programmazione dello show diciamo che ci vogliono dai cinque agli otto mesi. La parte dell’illuminotecnica non è pensata per un concerto, infatti, ma si avvicina molto di più al teatro. Le luci sono come ‘cucite’ intorno all’esibizione, finendo per mettere in risalto alcune parti".

Il riscontro qual è?

"Tutto questo ambaradan crea un grande effetto per chi ascolta. Il primo show lo abbiamo fatto al Duse nel 2019: tre ore e mezza di concerto in cui le persone sono rimaste incollate alle sedie fino all’ultimo. Un successo, con tanto di standing ovation".

La serata fu sold out?

"Sì, ecco l’idea di proseguire in questo progetto. Non solo, perché l’obiettivo resta quello di non banalizzare la musica dei Pink Floyd".

In che senso?

"Ci aspettiamo che chi viene ad ascoltarci a teatro, conosca i loro successi musicali. Noi vogliamo dare al pubblico qualcosa in più...".

E ora che effetto fa tornare sul palco?

"Come dice Gianni Morandi, al Duse ‘giochiamo in casa’: è un’emozione molto forte. E c’è un po’ di tensione".

Come mai?

"Dopo una pausa forzata di due anni, teniamo molto all’esito dello show: c’è tanta preparazione dietro. Può bastare anche una sciocchezza per rovinare tutto, ma in fondo è il bello della diretta… Ma il pubblico si diverte, e questa è la cosa che dà più soddisfazione".

 

 

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