ROBERTO ZAZZARONI GESTORE TORRE DEGLI ASINELLI
ROBERTO ZAZZARONI GESTORE TORRE DEGLI ASINELLI

Bologna, 27 luglio 2014 - Oltre mezzo secolo trascorso nel cuore pulsante della città, un oceano di aneddoti (compreso il ricordo di un frate che, qualche anno fa, aveva eletto l’Asinelli a propria alcova) e soprattutto una postazione privilegiata per scrutare tutti i cambiamenti della città, di chi la abita e di chi la frequenta solo occasionalmente. È una storia d’amore lunga 60 anni esatti, quella tra la Torre degli Asinelli (FOTO) e la famiglia Zazzaroni, cominciata il 4 luglio 1954.

Sembrava destinata a chiudersi proprio in questi giorni ma, a poche ore dall’annuncio del nuovo bando di gestione, il Comune ha promesso di metterci lo zampino, chiedendo al futuro vincitore di arruolare anche lo storico custode. E non poteva essere altrimenti: prima dell’entrata in scena del signor Gino, allora 22enne e babbo dell’attuale guardiano, Roberto, sull’Asinelli non ci saliva proprio nessuno. Altro che le 400 presenze di oggi.

"Quando mio padre la prese in gestione — racconta Roberto —, gli amici lo prendevano in giro. Gli dicevano: “Penserai mica di lavorare?”. All’epoca, il turismo non esisteva. Il centro, a Bologna, la domenica era vuoto. Il biglietto costava 50 lire (oggi 3 euro, ndr), ma c’erano giorni interi nei quali salivano due o tre persone". La prima inversione di tendenza ci fu alla fine degli anni Sessanta, con l’apertura del tratto dell’A1 tra Bologna e Firenze.

"La prima volta che entrarono 400 persone, mio padre aveva le lacrime agli occhi", racconta Roberto, che oggi viaggia stabilmente su quei numeri e dal suo gabbiotto, grazie alle telecamere, ha tutta l’Asinelli sotto controllo. "I bolognesi andavano a Firenze a vedere il campanile di Giotto, i toscani venivano qui a vedere le nostre Torri".

Dieci anni dopo, l’escalation era già inarrestabile: "Si cominciava a respirare il turismo vero, anche se i 100 visitatori al giorno erano già un traguardo". L’altra faccia della medaglia, gli eccessi dovuti alle droghe (Lsd su tutte), che spesso sfociavano in tentativi di suicidio di giovani e giovanissimi. "Il primo fu un ragazzo tedesco, il 9 novembre del 1970 — dice Zazzaroni —. Me lo ricordo ancora, avevo 7 anni. Andavano su, dicevano di voler fare l’ultimo volo prima di morire. Assieme a mio padre, e a mio nonno, ne avremo ripresi più di 100. Molti sono tornati, anni dopo, per ringraziarci".

Per fronteggiare quell’emergenza, nel 1974 il Comune installò le inferriate di protezione, e lo scenario cambiò rapidamente. "Ci fu il boom vero — ricorda Zazzaroni —, che non si è mai arrestato. Sono arrivati gli stranieri, aumentati del 40 per cento già negli anni Novanta".

E oggi? "Abbiamo prenotazioni fino a ottobre, aspettiamo anche la BBC per un documentario. Quanto si guadagna? Ci siamo io, mia moglie, mio fratello e la sua fidanzata. È un’attività che ci consente di vivere bene, ma non si diventa ricchi".