Sant'Orsola, trapianto di midollo e cuore. Lo staff del Sant'Orsola
Sant'Orsola, trapianto di midollo e cuore. Lo staff del Sant'Orsola

Bologna, 9 aprile 2019 - Due pazienti salvati al Sant’Orsola da un doppio trapianto, prima il cuore e poi il midollo osseo. Entrambi erano in pericolo di vita a causa dell’amiloidosi Al. Di cosa si tratta, lo ha spiegato il professor Claudio Rapezzi, direttore della Cardiologia del Policlinico: «È una malattia ematologica con frequenti complicanze cardiologiche che si manifesta quando il midollo osseo produce in grande quantità una proteina dalla struttura alterata, che si deposita nei tessuti, in particolare cuore, reni e sistema nervoso periferico. Nel nostro Paese, e in generale nel mondo, sono poche le strutture in grado di trattare, con un approccio multidisciplinare, situazioni di questo tipo. In Italia i trapianti combinati di cuore e midollo non sono più di 3-4 all’anno».

Recentemente, è arrivato dal Lazio un paziente di 45 anni affetto da mieloma e amiloidosi Al. «Un caso clinico molto complesso – continua Rapezzi – in cui bisogna curare la malattia di base, per fare in modo che non vengano più prodotte le proteine che poi infiltrano i tessuti e, contemporaneamente, indurre la risoluzione o il miglioramento della funzione del cuore. Ma per il paziente questo tipo di trattamento era impossibile: la contemporanea gravità del mieloma e dell’interessamento cardiaco ci impedivano di procedere per via farmacologica». Da qui la decisione di sottoporre l’uomo a un doppio trapianto. Il primo passaggio è consistito nel prelievo, dal sangue del paziente, delle cellule staminali, che sono state quindi crioconservate. Si è poi proceduto con il trapianto cardiaco e, infine, con la rinfusione delle cellule precedentemente prelevate. L’intera procedura è stata portata a termine nell’arco di 9 mesi di ricovero, anche se non continuativi.

«Per un anno mi sono sentito dire dai medici che ero depresso, ma non era così e intanto dimagrivo, avevo sempre una tosse secca e spesso infezioni alle vie urinarie. Poi – ricorda il paziente –, quando sono comparsi i sintomi cardiaci e mi girava la testa quando salivo le scale, finalmente è arrivata la diagnosi e sono stato indirizzato a Bologna».

Non è la prima volta che il Sant’Orsola si trova a gestire una simile circostanza. «Abbiamo gestito una situazione analoga – riprende Rapezzi – con una donna di 60 anni affetta da amiloidosi AL e grave interessamento cardiaco. Il decorso post trapianto cardiaco è stato complicato da episodi di rigetto, ma la conclusione è stata felice. L’essenza dei due casi è che solo grazie alla stretta collaborazione tra Ematologia, Cardiologia, Cardiochirurgia dei trapianti e il Centro dedicato alla gestione dell’amiloidosi cardiaca sono stati ottenuti risultati importanti.
In Italia le strutture in grado di offrire una prestazione così complessa sono pochissime».

E che il Sant’Orsola sia un centro di riferimento per il trattamento dell’amiloidosi, del resto, lo dimostra anche la recente pubblicazione sulla rivista ‘New England Journal of Medicine’, sottolineai il direttore della Cardiologia, «in cui viene presentato uno studio sulla terapia medica dell’altro tipo di amiloidosi, quella da patologia della transtiretina (proteina prodotta dal fegato), in gran parte ideato e condotto al Policlinico e portato avanti con la collaborazione di diverse strutture in tutto il mondo».

Lo staff. Hanno partecipato il professor Michele Cavo, direttore dell’Ematologia, le ematologhe Paola Tacchetti e Elena Zamagni, i cardiologi Paolo Ortolani, Agnese Milandri, Christian Gagliardi, Luciano Potena, Antonio Russo e Marco Masetti, i cardiochirurghi Sofia Martin Suarez, che ha effettuato il trapianto di cuore, Roberto Di Bartolomeo, Davide Pacini, l’équipe di anestesisti diretta da Guido Frascaroli.