Bologna, 27 gennaio 2021 - La banda della Uno Bianca e tutti i suoi misteri tornano sul tavolo della Procura. Un fascicolo conoscitivo è stato aperto dal procuratore capo Giuseppe Amato, alla luce delle novità emerse nelle scorse settimane sulla banda capeggiata dai tre fratelli Savi – Alberto, Roberto e Fabio, tutti in carcere –, due dei quali poliziotti. Ventiquattro morti e oltre cento feriti il bilancio di una carriera criminale portata avanti tra il 1987 e il 1994.

Il focus Uno Bianca: il pasticcio sui fucili dei Savi. Le carte segrete

Le novità giunte al palazzo di via Garibaldi e che confluiranno nel fascicolo sono principalmente due. Una è l’informativa dei carabinieri che proprio dal Carlino hanno acquisito l’audio di oltre 15 minuti della telefonata intercettata del padre di Simonetta Bersani, la testimone che accusò i Santagata per la strage del Pilastro (che nel 1991 costò la vita ai giovani carabinieri Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini): Bersani, nel frattempo deceduto, nel 1992 raccontò a un amico ed ex carabiniere di "capi" che avrebbero "spiegato tutto" e garantito a Simonetta "un grande avvocato". Presunte pressioni che sarebbero giunte tre giorni prima di quando, per la prima volta, la ragazza collocò sul luogo del delitto i fratelli Peter e William Santagata.

false

Altro elemento di novità è invece l’esposto presentato la scorsa settimana dallo scrittore Massimiliano Mazzanti. Questo si basa su documenti che testimonierebbero come già nel 1991 si sarebbe potuto scoprire il legame tra i fratelli Savi e l’eccidio del Pilastro: quell’anno infatti, alla Criminalpol che indagava sulla strage e in particolare sulle armi utilizzate dai killer, tra cui i due fucili Sig Manurhin e Beretta AR-70, l’allora vicequestore di Rimini Oreste Capocasa rispondeva che "presso l’armeria Savini di Rimini, nel periodo 1988-1991" era stata venduta "una carabina semiautomatica Sig Manurhin cal. 222R", "il 18 gennaio 1989 a Fabio Savi", poi "denunciata ai CC di Villa Verucchio e ancora in carica al predetto".

Certo, Fabio all’epoca era uno sconosciuto, e non si sapeva che i suoi fratelli fossero agenti. Ma un altro atto interno della Digos di Bologna, datato 1995 facendo riferimento con i pm Lucia Musti e Giovanni Spinosa della Dda al fucile in questione, lo definisce "inedito". E la nota di Capocasa, che fine ha fatto? C’è stato un vuoto comunicativo, una svista? Ipotesi che non convince e su cui ora la Procura potrebbe fare luce.

In ogni caso, per il momento il fascicolo aperto dalla Procura di Bologna è a ’modello 45’, non ci sono indagati iscritti né ipotesi di reato. Ma le domande a cui una nuova inchiesta potrebbe portare a rispondere sono tante, e alcune attendono da ormai trent’anni.