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Emilia Romagna, vaccini obbligatori per medici e infermieri nei reparti a rischio

La Regione prova a ridurre il rischio di contagio nelle sue strutture sanitarie, rendendo obbligatorie le vaccinazioni a morbillo, parotite, rosolia e varicella a circa 4.000 operatori sanitari

Ultimo aggiornamento il 15 marzo 2018 alle 15:20

Bologna, 15 Marzo 2017 - Solo gli operatori immuni da morbillo, parotite, rosolia e varicella potranno lavorare nei reparti di oncologia, ematologia, neonatologia, ostetricia, pediatria, malattie infettive, nei Pronto soccorso e nei Centri trapianti dell’Emilia Romagna. Questo con l’obiettivo di tutelare l’operatore sanitario e i pazienti assistiti.
Nel caso in cui sia accertata l’assenza di immunità e il rifiuto o l’impossibilità a sottoporsi alla vaccinazione specifica, il medico del lavoro (che he ha la competenza) rilascerà un giudizio di idoneità parziale temporanea. Con limitazioni a non svolgere attività sanitaria nelle aree ad alto rischio e a non prestare assistenza diretta a pazienti affetti dalle quattro patologie perché potrebbero contagiare l’operatore stesso ed i propri pazienti.

A definire questa nuova linea guida è il “Rischio biologico e criteri per l’idoneità alla mansione specifica dell’operatore sanitario”, documento redatto dai medici competenti delle Ausl, da infettivologi, da esperti dell’Università e della Regione e approvato dalla Giunta Bonaccini lunedì scorso con un’apposita delibera dopo un confronto con le organizzazioni sindacali.

Nel documento vengono, inoltre, sottolineate quali siano le attività e le aree che possono rappresentare un effettivo rischio per la trasmissione di patologie per via ematica (epatite B, epatite C, HIV) e per via aerea (tubercolosi, morbillo, parotite, rosolia e varicella). Le indicazioni sono destinate sia al personale in servizio che al personale di prossima assunzione. In quest’ottica la Regione stanzia circa 500mila euro per la promozione della salute nelle Aziende sanitarie, con un focus particolare sulle vaccinazioni.



Entrando nel merito, per quanto riguarda il rischio relativo al virus dell’epatite B e C, e HIV è previsto che l’operatore in condizioni di infettività non possa svolgere le procedure invasive “ad alto rischio” (come chirurgia generale, chirurgia generale del cavo orale, chirurgia cardiotoracica, neurochirurgia, procedure ortopediche, chirurgia dei trapianti). Mentre con morbillo, parotite, rosolia e varicella - malattie trasmesse per via aerea e prevenibili con vaccino - il documento individua come aree “ad elevato rischio” per l’operatore e i terzi l’oncologia, l’ematologia, la neonatologia, l’ostetricia, la pediatria, le malattie infettive, i Pronto soccorso e i Centri trapianti. Si tratta di aree del Servizio sanitario regionale dove operano circa 4000 persone di cui un migliaio sono medici, 2500 infermieri e 500 ostetriche. In Emilia-Romagna, dal 2012 al 2016, su 464 casi di morbillo 61 hanno interessato operatori sanitari; 76 i focolai in tutto, di cui 20 hanno coinvolto operatori sanitari.Rispetto al rischio della tubercolosi, i criteri addottati per l’espressione del giudizio di idoneità prevedono che il soggetto affetto da malattia in fase attiva non sia idoneo fino al termine del trattamento che consente l’accertamento dell’assenza di infettività.


“Dopo aver fatto da apripista con la legge sui vaccini obbligatori per i bimbi che frequentano il nido, la Regione vuole occuparsi delle strutture sanitarie, di chi ci lavora e dei pazienti- sottolineano il presidente della Giunta, Stefano Bonaccini, e l’assessore alle Politiche per la salute, Sergio Venturi-. Questo documento introduce elementi di garanzia e tutela, per chi cura e per chi è curato. È una questione di civiltà. È nostro dovere proteggere l’operatore sanitario che, per motivi professionali, è maggiormente esposto al contagio, e gli utenti del servizio sanitario, dunque i pazienti, spesso in condizione di fragilità e quindi esposti a un grave pericolo per la salute”.

 

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