Bologna, 6 giugno 2018 - «Non sono stato io. Quella sera non ero in via della Foscherara. Sono innocente». Chiuso in una cella della Dozza, Stefano Monti, 59 anni, detto il ‘Pilastrino’ o il ‘piccolo boss’, urla la sua estraneità all’omicidio del buttafuori Valeriano Poli, detto il ‘Nano’, morto a 34 anni nel dicembre del 1999 crivellato da cinque colpi di pistola calibro 7,65.

Un cold case tornato dalle nebbie del passato e risolto dalla polizia grazie a una macchia di sangue, al vecchio filmino di un battesimo in Vhs e alla ricostruzione in 3D dello scarponcino Timberland della vittima. Il Dna estratto dalla macchia di sangue sulla scarpa sarebbe appunto quello di Monti, secondo gli esami della Scientifica. Ma lui non ci sta: «Non è possibile che quello sia il mio sangue – dice il 59enne, che ieri ha parlato in carcere con il suo avvocato, Roberto D’Errico –. Non mi spiego come possano aver trovato il mio Dna». Ovviamente la difesa punterà a ‘smontare’ quella prova granitica con nuovi esami.

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A favore del ‘piccolo boss’ non depongono certo il carattere violento, la fama di «bussatore» e «mafiosetto» (come scrive il gip Gianluca Petragnani Gelosi), il ruolo di primo piano nella piccola mala della Bologna di vent’anni fa che, ancora oggi, gli assicura protezione grazie al «clima di omertà» riscontrato dagli investigatori mentre interrogavano decine di persone nell’inchiesta bis.

All’epoca Monti fu indagato e archiviato, perciò riteneva di averla fatta franca e ha vissuto in tranquillità per tutti questi anni. Residenza alla Barca, moglie e due figli, un reddito garantito da alcune proprietà immobiliari.

Ora però è piombata su di lui un’accusa che non ha nulla a che fare con i suoi piccoli guai del passato: omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla premeditazione. Secondo il pm Roberto Ceroni, che ha coordinato le indagini della Squadra mobile e dell’Unità delitti insoluti della Direzione centrale anticrimine, ammazzò Poli per vendicare l’onta subita nove mesi prima, quando il ‘Nano’ lo picchiò fuori dalla discoteca Tnt. Poli era un ragazzone, esperto di arti marziali, e non si tirava mai indietro quando c’era da menare le mani. Si era fatto molti nemici. Compreso il ‘Pilastrino’, che fu pestato davanti agli amici e giurò vendetta: «Torno con il cannone». Non poteva tollerare quell’umiliazione pubblica.

E così, secondo gli inquirenti, il 5 dicembre ‘99 aspettò Poli sotto casa e gli sparò otto colpi, andando a segno cinque volte. Prima però ci fu una colluttazione e il suo sangue, secondo le analisi, finì sulla scarpa della vittima. Domani si terrà l’interrogatorio di garanzia. «Non ero lì quella sera – dice oggi Monti –. Non ricordo dove fossi, è passato troppo tempo, probabilmente con la mia famiglia»