Bologna, 22 ottobre 2021 - A un anno dall’esplosione dello scandalo, ecco la resa dei conti. Villa Inferno, i festini a base di droga e sesso alla presenza di una minorenne tornano davanti a un giudice chiamato a stabilire il destino giudiziario dei 15 imputati. Due ore per aprire e incardinare l'udienza preliminare (gup Alberto Gamberini, pm Stefano Dambruoso), che riprenderà l'11 gennaio per poi proseguire il 13 e il 25 dello stesso mese, e per iniziare ad avanzare proposte sui riti.

Villa Inferno, il proprietario della villa di Pianoro Davide Bacci (FotoSchicchi)

Tre gli imputati presenti:  l’ex capo ultras della Virtus, e già candidato sindaco, Luca Cavazza (con gli avvocati Ercole Cavarretta e Massimiliano Bacillieri);  l'imprenditore Davide Bacci, proprietario della villa di Pianoro dove avveniva le feste (avvocato Alessandro Cristofori) e Gianni Marseglia (avvocato Matteo Murgo).

Costituita parte civile, delle cinque ragazze ritenute dall'accusa parte offesa, solamente l'allora 17enne che diede vita alla denuncia che portò all'inchiesta. Alcuni degli imputati hanno già presentato una offerta economica per arrivare poi a un patteggiamento idoneo, strada che sembra quella che verrà percorsa dalla maggior parte delle parti. Compreso Bacci. "Approfitteremo di questo tempo - l'unico commento a fine udienza dell'avvocato Cristofori - per scegliere la migliore scelta processuale".    

Era l’1 settembre 2020 quando Procura e Arma scoperchiarono il pentolone, messo sul fuoco oltre sei mesi prima, dando vita a una serie di misure cautelari e indagando inizialmente otto persone: induzione alla prostituzione, pornografia minorile, spaccio le accusa a vario titolo. Un mix di reati che sarebbero stati commessi nella villa, con sauna e piscina, di Pianoro poi ribattezzata Villa Inferno.

Lì dove avvenivano festini a luci rosse, "vere e proprie orge" con la "cocaina che si trovava dappertutto". Anche in cucina, su un piatto, "a disposizione di chiunque". E tra le giovani avvenenti invitate a quegli ’appuntamenti’ c’era anche Marta (il nome è di fantasia, ndr), all’epoca 17 anni, età che nessuno dei presenti, come confessarono, avrebbe saputo. "La cocaina – disse lei il 26 aprile, seminascosta dietro a separè, barra dritta e tenendo testa a oltre tre ore di incidente probatorio – mi rendeva euforica, mi disinibiva. E loro, di conseguenza, mi hanno usata...".