Vittorio Savini
Vittorio Savini

Bologna, 16 gennaio 2021 - Se n’è andato ’il Comandante’, all’anagrafe Vittorio Savini. E’ morto oggi, a 68 anni, a causa di una breve malattia, il nostro giornalista , firma storica del Resto del Carlino. Dopo una prima collaborazione col quotidiano passò al Giornale di Indro Montanelli, all’inizio degli anni Ottanta, prima da Bologna e poi, quando chiuse la redazione, da Milano. 

Ma il cuore era tutto per il Carlino, dove tornò in seguito a quella parentesi, seguendo per anni la cronaca giudiziaria e la cronaca bianca. Gli ultimi anni, prima della pensione, ha lavorato alle pagine nazionali di QN. Curava anche una seguita rubrica satirica sulle pagine locali chiamata ’Gli insopportabili’. Tra le sue passioni, il tennis e gli indiani d’America, argomento su cui ha scritto un libro con Franco Cardini. Lascia due figlie, avute dal primo matrimonio e la compagna. 

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Ho aspettato invano la tua telefonata per il doppio di tennis del giovedì. Giocavamo in coppia, caro Vittorio, e quel magico diritto era tagliente come la tua ironia. Sei stato un compagno di viaggio speciale: anche nei lunghi anni della professione, volati via come un lampo, al Resto del Carlino e al QN.

Sei entrato come collaboratore a metà degli anni Settanta. Io ero allo sport e tu in cronaca sotto l’occhio vigile di Paolo Francia. La laurea in Giurisprudenza ti ha spinto,come approdo naturale, verso la cronaca giudiziaria. Erano anni pieni di fermenti e di nuovi giornali che nascevano sulla piazza di Bologna: Il Nuovo Quotidiano, Il Foglio e l’edizione locale del Giornale di Montanelli. È li che hai trascorso, a Bologna e poi a Milano, i primi anni di professione. Poi sei tornato al Carlino, il tuo primo amore, la tua radice. Ancora cronaca giudiziaria e poi le stagioni spese al desk di QN. 

Eri ironico e pungente, come la tua prosa, che graffiava con eleganza: lo stile perfetto per una rubrica satirica, ’Gli insopportabili’, che hai portato per anni come un fiore all’occhiello. Ma sempre con discrezione, senza ostentare. Ti chiamavamo il Comandante per quella singolare passione per gli indiani d’America. A loro hai dedicato un libro, scritto con Franco Cardini. E ti sei immedesimato al punto tale in quella grande civiltà, da somigliare anche nei tratti a quei volti severi e scolpiti. 
Non so se esistano le grandi praterie del cielo delle leggende indiane. Ma se ci sono, ti ritroveremo là.