Una foto di Annalisa Natali Murri
Una foto di Annalisa Natali Murri

Bologna, 12 ottobre 2019 - Bologna, 2 settembre 1902. Il conte Francesco Bonmartini viene trovato morto, ucciso a pugnalate, nel suo appartamento. Inizia un caso giudiziario che fa discutere l’Italia giolittiana, con la cronaca nera che sconfina presto nella politica. A essere accusato del delitto è Tullio Murri – figlio dell’illustre medico Augusto – che avrebbe agito per salvare la sorella Linda dalle angherie del marito.

Il processo-spettacolo, tenutosi nel 1905 a Torino, divide l’opinione pubblica, infiammando il dibattito fra mondo laico e clericale e si conclude con la condanna, fra gli altri protagonisti della vicenda, di entrambi i figli di Murri (Linda in quanto complice: venne poi graziata dal re nel 1906. Tullio invece uscì di prigione nel 1919).  Un secolo dopo, nel 2003, Gianna Murri riapre una storia ormai scritta nel libro ‘La verità sulla mia famiglia e sul delitto Murri’ (Pendragon). Nelle pagine affiora la verità della nipote di Augusto: il vero omicida fu un facchino pagato dall’amante di Linda.

Nel racconto, Gianna fa riferimento a un carteggio in cui Tullio spiegava di essere innocente – e di avere mentito per difendere l’onore del padre (che lo aveva denunciato per l’omicidio) e della sorella –, che però venne venduto per denaro e mai più trovato. «Una vicenda intricata» con cui la bolognese Annalisa Natali Murri, nipote di Gianna, ha convissuto fin da bambina e che ha riletto con la sua sensibilità di fotografa nel progetto ‘A respectable family’. Un lavoro ancora in divenire, che è risultato fra i finalisti del ‘2018 Emerging Photographer Fund Award’, un riconoscimento internazionale prestigioso, rivolto a giovani talenti.

 

Chissà che aspetto hanno i ricordi. Come si riannodano i fili di una storia di famiglia, fatta di racconti e affetti, più che di personaggi realmente conosciuti? Sono domande che affiorano guardando le foto che Annalisa Natali Murri ha scattato negli anni ricomponendo documenti e frammenti di vite e portando il celebre ‘caso Murri’ in una sfera più intima. Classe 1982, studi di ingegneria alle spalle, la passione per la fotografia è cresciuta parallelamente al lavoro nella ricerca scientifica. Dopo tanti reportage all’estero, questa volta dietro l’obiettivo c’è la famiglia e «una storia ingombrante, in cui è stato difficile scavare – spiega Natali Murri –, per cui ho proceduto senza un’impostazione fissa, ma in modo istintivo».

Parliamo di un caso giudiziario notissimo. Come si è rapportata, negli anni, a questa vicenda?

«La storia è sempre stata presente nella famiglia. Mia nonna, figlia di Tullio, ne ha sofferto tantissimo, vivendola sulla sua pelle fin da bambina. I fatti emersi alla fine del processo erano diversi da quelli che aveva sempre sentito in casa e nel 2003, come ultima discendente, volle raccontare la sua verità. Che è anche la mia».

Linda Murri in una foto di Annalisa Natalia Murri

Quale?

«Tullio si era assunto la responsabilità dell’omicidio del cognato per amore di Augusto, che aveva una grande predilezione per la figlia Linda. La nostra famiglia al tempo venne molto attaccata per il fatto di essere anticlericale e certe schiere infierirono sul figlio del famoso medico educato in modo laico. Ma Tullio era conosciuto da tanti bolognesi come un uomo buono e mia nonna ci teneva a riabilitarne la figura, soprattutto per i figli e i nipoti».

Al di là dei fatti storici, come ha elaborato questa vicenda?

«Tutti questi personaggi non li ho mai conosciuti e ho preso contatto con la storia attraverso i luoghi, a partire dalla casa di mia nonna, sempre rimasta uguale. Crescendo mi sono informata e sono andata oltre i racconti, ripescando articoli e scritti. Guardando le fotografie da ragazzina, mio nonno mi diceva che assomigliavo fisicamente a Linda e mi è sempre rimasta la curiosità per questa figura».

Poi il progetto fotografico.

«Il mio è stato più un lavoro intimo che didascalico, per immedesimarmi in una vicenda che per certi versi è sempre stata un tabù. Ho iniziato nel 2012, partendo dai luoghi: ero affascinata dalla storia che congelava i ricordi. Mia nonna diceva che le carte sull’innocenza di Tullio erano state nascoste nella nostra casa di campagna e ho iniziato a scattare in quelle stanze, in modo viscerale, con una carta granulosa, in bianco e nero, per tirare fuori l’anima del posto. Erano luoghi della memoria, non solo fisici, in un’atmosfera sospesa. Ma era difficile fotografare qualcosa che non esisteva».

In alcune foto c’è anche lei...

«Sì, mi ero fermata, poi ho ritrovato un plico con ritagli di giornale e vecchie lettere e ho iniziato a unire i tasselli. Ho cercato materiale online su Linda, che davvero mi assomiglia molto fisicamente. E così ho iniziato a lavorare di pancia, usando varie tecniche, dall’autoritratto posato al bianco e nero, per avvicinarmi al dolore della mia famiglia e al tempo stesso prendere le distanze dal personaggio: questa Linda non mi apparteneva. E’ stato anche un modo per esorcizzare la storia».

Il legame resta nel Murri che ha aggiunto al suo cognome.

«Con mio fratello e i miei cugini abbiamo fatto le pratiche per il doppio cognome, ne siamo molto orgogliosi».

Questo lavoro è molto diverso da altri che l’hanno portata in luoghi del mondo ‘ai margini’, dagli haitiani discriminati, ai sopravvissuti al crollo del Rana Plaza in Bangladesh.

«Il filo conduttore fra i miei lavori è la fotografia documentaria, ma soprattutto mi piace raccontare storie. Per me la fotografia ha questa doppia anima: scatti per te e per gli altri, facendo un po’ tua la loro sofferenza. Penso che la mia ossessione sia proprio l’idea della memoria, scavare in quello che non c’è più e vedere come si è trasformato».