Bologna, 25 novembre 2017 - "E' stato il padrone di casa della storia del jazz bolognese». È il distico elegiaco che Pupi Avati detta, commosso, ritessendo l’epopea musical-professionale di Francesco Lo Bianco, dentista batterista morto mercoledì a 87 anni per un infarto.

Un 22 novembre 2017 che rimarrà una data storica per la città, da qualunque parte la si giri: perché verrà ricordata come quella degli ultimi istanti di chi ‘rifece la bocca’ a Thelonious Monk e a Charlie Mingus, che rimise in condizione di suonare più di una volta Chet Baker e a Steve Grossman. "Aveva le idee chiare più di tutti – rammenta Avati – anche perché professionalmente realizzato, con uno studio dentistico assai considerato in via Rizzoli in cui ospitò jam session da leggenda. Cui si aggiunse la cantina di Galleria del Leone che prese in affitto, sotto il Roxy Bar, che divenne uno dei quattro jazz club più importanti con quello di via Orefici di Alberti e Foresti, la cantina in via Cesare Battisti, il ristorante Nello e la birreria Lamma".

Momenti dell’aurea Bologna vissuta dalle star afroamericane come la capitale del jazz in Europa. "Jazzisti che Lo Bianco non solo spesso curava, ma addirittura ospitava, come nel caso di Alan Bacon e dello stesso Chet. Indimenticabili certe jam con Gerry Mullingan, Miles Davis e Sonny Rollins, ma anche Farina, Gualdi, Valdambrini e Amedeo Tommasi. Poi Bologna perse la sua centralità".

Checco Coniglio, trombonista storico della Doctor Dixie Jazz Band ne ricorda il primo incontro. "Ci siamo conosciuti alle Piane di Mocogno che raggiungemmo a Ferragosto con l’orchestra quando faceva il tenente medico. Lui si esibì in un grande assolo con la batteria. Non era Art Blakey, da cui ricevette in dono una batteria, ma non gli mancava il talento, musicale e organizzativo. Lo stesso Tommasi ha ricordato che il jazz a Bologna fu modellato nell’argilla da lui, da Alberto Alberti e da Lo Bianco. Al festival di Lugano nel 1964 suonò con la Dixie e si fece onore. Quindi andò a quello di Bled con Lucio e Franco D’Andrea. Una jam che rapì tutti? Quella con Monk e la band dopo l’esibizione al Duse. Scena descritta nel film My Main Man".

Accorato il ricordo di Paolo Alberti. "Con mio fratello Alberto erano amici per la pelle. Quando lo invitai a La Strada del Jazz per la posa della stella a Chet Baker, se ne disse entusiasta". Un uomo con la schiena dritta: ai tempi della Cortina di ferro, con la scusa del Festival jazz traghettò in occidente musicisti e odontoiatri. Inimicandosi le autorità polacche e sovietiche. La veglia funebre è fissata per oggi alle 15 nella camera ardente del Malpighi. Traslazione alle 18 alla Certosa. Lascia la moglie Luciana e i figli Laura e Domenico, loro pure dentisti e appassionati di jazz.