Bologna, 17 gennaio 2018 - C’era un’epoca, i primi anni ’80, nella quale Bologna, reduce dal ribellismo che l’aveva segnata durante nel 1977, credeva davvero di poter diventare un riferimento per il sapere d’avanguardia internazionale. Grazie, soprattutto, al lavoro di alcuni protagonisti della scena culturale, come la giovane ricercatrice universitaria Francesca Alinovi, che morirà tragicamente nel 1983 e che per prima porta in Italia una scena irriverente, caotica e geniale, quella del graffitismo newyorchese, che si sviluppava tra tunnel della metropolitana e feste hip hop nel Bronx. Grazie a lei e alla sua passione, in quel periodo era facile incontrare per le vie del centro personaggi che sarebbero entrati nella storia dell’arte contemporanea, come il disegnatore americano Keith Haring, divenuto, dopo la sua morte nel 1990, stella delle aste senza limiti e ‘brand’ commercializzato in ogni maniera, dai vestiti alle cover per i telefoni cellulari.

A, lei, saputo delle sua morte, dedica l’opera del Unititled (Painting for Francesca Alinovi) del 1984. Haring, giovanissimo, volto emaciato, celebre per l’intuizione del ‘bambino radiante’, che era nella megalopoli americana il suo simbolo, si faceva vedere spesso nel negozio di Orea Malià, tra canzoni rap ascoltate ad altissimo volume o in qualche festa in periferia. Adesso, la sua arte ritorna postuma a Bologna con la grande mostra Party of Life, in programma dal 30 gennaio al 25 febbraio alla Pinacoteca Nazionale (via delle Belle Arti, 56), mentre una installazione verrà proposta nell’altra sede della Pinacoteca, in via Castiglione, 7. L’esposizione, organizzata da Contemporary Concept, e curata da Diana di Nuzzo, presenterà oltre 60 opere, provenienti da collezioni pubbliche e private, per ricostruire una esperienza unica, capace, secondo l’insegnamento di Andy Warhol, di arrivare ai piani alti dell’accademia partendo dalla strada, e utilizzando supporti inediti per esprimere il proprio universo.

Gli anni di Haring sono quelli descritti dalla serie tv di successo The Get Downambientata alla fine degli anni ’70 nel Bronx, dove gli adolescenti si ritrovavano su tetti di edifici in disuso per ammirare il treno della metropolitana che sfrecciava veloce verso Manhattan portando con sé i loro sogni e, ogni volta, un graffito diverso. Lui, su quei vagoni, come sui manifesti delle diverse stazioni, sui muri, nelle discoteche, alle competizioni di hip hop c’era con i suoi disegni tracciati di notte in continuo gioco di ‘guardie e ladri’ con la polizia. Una produzione immensa, che va dalle copertine di dischi, come Without You di David Bowie; ai corpi di modelle d’eccezione, come la cantante Grace Jones, sino a tante locandine per piste da ballo nell’inaccessibile Bronx (dove, lui ha spesso ricordato, Francesca Alinovi era considerata una della ‘famiglia’) e fino al muro dipinto a Pisa, unica testimonianza dei suoi tanti passaggi dall’Italia.

In un periodo di rinnovato interesse (anche del mercato) per la street art, Party of Life non è l’unica mostra del genere. Il 28 settembre apre infatti a Palazzo Albergati, Andy Warhol e New York anni ‘80, una ampia retrospettiva su quella scena, con lavori di artisti come lo stesso Haring, Jean-Michel Basquiat, Kenny Sharf, Ronnie Cutrone, Robert Longo, Jeff Koons, Francesco Clemente, Robert Mapplethorpe e tanti altri. Uno sguardo approfondito su una città che, uscita dai fasti della ‘febbre del sabato sera’ e dello Studio 54, si affermava come il più grande laboratorio creativo a cielo aperto del mondo. Chiusura il 25 febbraio 2019.