L’architetto Mario Cucinella (Schicchi)
L’architetto Mario Cucinella (Schicchi)

Bologna, 7 dicembre 2018 - «Non perdiamo un’altra occasione. Bologna ha ospitato un artista di questo calibro e allora torniamo a essere ambiziosi, troviamo il coraggio di valorizzare questa fortuna». C’è un filo che lega Mario Cucinella e la sua idea di ‘città ideale’ a Giorgio Morandi, il cui lascito è al centro di una causa tra il Comune e alcuni eredi. Anche l’architetto che ha firmato il palazzo comunale di piazza Liber Paradisus, come decine di altri progetti in giro per il mondo – impegnato giovedì sera in una lectio sulle ‘Città invisibili’ di Italo Calvino all’Oratorio di San Filippo Neri – la pensa come il suo collega, Massimo Iosa Ghini, che ha invocato per Morandi uno spazio proprio, pensato a misura dell’artista e in grado di ridare valore alla parte di città che eventualmente andrebbe a occupare.

Architetto Cucinella, condivide questa suggestione?

«Morandi è stato un artista internazionale, una figura dalla statura riconosciuta in tutti i musei del mondo: dedicare uno spazio a lui e al suo lavoro sarebbe sicuramente qualcosa di molto bello, non c’è dubbio».

E un valore aggiunto per Bologna.

«Certo, se rilanciasse una parte della città, tanto meglio. Ma soprattutto mi preme l’importanza di realizzare un’architettura che avvolga quell’atmosfera meravigliosa ed eterea che Morandi sapeva ricreare nel suo lavoro: ciò che proviene dalla sua opera è un messaggio fortissimo».

Oggi al centro anche di uno scontro legale.

«Dovremmo guardarla in maniera differente».

Cioè?

«Prendendoci la giusta distanza: allontanandoci, sinceramente questa diatriba è totalmente irrilevante rispetto alla storia e al valore di un artista di questo calibro».

Lo scontro, però, è aspro.

«Spero solo che non diventi un altro capitolo del libro di appuntamenti mancati da Bologna. Come è successo con il progetto di auditorium di Renzo Piano, che è finito nel nulla, o con il passaggio di Claudio Abbado: abbiamo avuto in città uno dei più grandi maestri della musica mondiale e di tutto questo non è rimasto nulla».

È la sua idea di ‘città ideale’?

«Immaginarla è un’aspirazione umana, vogliamo da sempre un luogo bello, perfetto e che rifletta le idee migliori che ci portiamo dentro. Ho provato a raccontare la mia, senza dimenticare, però, che i tentativi di mettere in pratica non sono sempre andati bene, basta pensare a Gibellina nuova, che da sogno di rinascita dopo il terremoto si è rivelata un incubo per i suoi abitanti».

E Bologna come sta da questo punto di vista?

«Soffriamo quella malattia di cui soffrono tante città: abbiamo lasciato spazio a un’idea di città solo in forma funzionale e in una logica di profitto, e così ci sono tante periferie tutte uguali e centri con sempre meno differenze. Anche se da noi il software, cioè gli uomini che abitano Bologna, continuano a mantenere un’identità e un orgoglio tutto loro e non è un caso che ci siano quartieri, come la mia Bolognina, che rappresentino un valore, un esempio interessante e positivo».

Dunque, cosa manca ancora?

«Forse dovremmo cambiare una volta per tutte atteggiamento, smetterla di guardare sempre dal buco della serratura e aprire quella porta, dando visibilità e puntando su figure così importanti per Bologna. Insomma, lamentiamoci meno e dimostriamo un po’ di coraggio».