Bologna, 7 marzo 2017 - Anteo nella mitologia greca era un gigante dalla grande forza e un unico difetto: per rimanere imbattibile doveva tenere i piedi per terra. È alla sua storia che, nel 1969, si rifecero i fondatori della Anteo Spa di Molinella, considerando che quel binomio tra forza e stabilità, a ben guardare, più che un difetto rappresenta un grande pregio. Tanto più se per mestiere si realizzano sponde idrauliche. Ovvero la parte ‘forzuta’ di furgoni, camion e tir: quel pianale-montacarichi che, alzandosi e abbassandosi decine, centinaia, migliaia di volte, porta le pesantissime merci dal cassone a terra e viceversa.

Ilmer Maietti, oggi proprietario e direttore generale: alla Anteo lei arrivò da dipendente. Cosa producevate allora?

«La vocazione iniziale della ditta erano i cilindri oleodinamici su misura. Così fu fino agli Anni ’90. Quando la nuova proprietà, la Pm Group di San Cesario sul Panaro, che realizza gru, pensò di differenziare questo stabilimento con una nuova produzione. La scelta cadde sulle sponde, perché complementari alle gru, e perché sarebbe tornata utile la nostra conoscenza dell’oleodinamica. Così iniziammo».

Che mercato era?

«Quello italiano era agli albori. C’era un unico produttore nazionale, e tutto il resto arrivava dall’estero. Un mondo complicato per una startup».

Difficile?

«Complicato ed entusiasmante. Nel giro di pochi anni passammo dal primo prototipo alla conquista del mercato nazionale».

E oggi?

«Oggi dominiamo il mercato italiano e vendiamo il 60% delle nostre sponde all’estero: in Australia, Inghilterra e Olanda siamo leader di mercato, ma in totale siamo presenti in 56 Paesi».

Il Made in Italy conta anche in un mondo così tecnico?

«Conta eccome. Se non nel design, come in altri settori, di sicuro nella qualità, nell’affidabilità».

Una sponda, in fondo, deve andare su e giù.

«Ma se pesa tanto farà consumare di più al mezzo su cui è montata, ed è il motivo per cui siamo passati a prodotti interamente in alluminio. E poi ogni prototipo viene testato con oltre 50mila cicli di carico e scarico. In più c’è l’assistenza per carrozzieri e allestitori, resa precisa e affidabile nel tempo grazie al fatto che ogni nostro prodotto ha una sua matricola, così come ogni suo singolo componente, il che permette una rintracciabilità totale. L’industria 4.0, in pratica, la sperimentavamo da anni. Ora sappiamo che ha un nome».

La filiera?

«Quasi tutta in Emilia, con qualche puntata nelle regioni limitrofe».

Una volta, però, eravate in Romania.

«Eccome: con uno stabilimento da 110 dipendenti, inaugurato negli anni ’90 e chiuso nel 2005».

Non era più conveniente?

«Non si spiegava come mai, su nostro progetto e con la guida dei nostri ingegneri, la qualità fosse inferiore. Così abbiamo riportato tutto qui, generando un indotto di 8 milioni. Abbiamo capito che l’abilità degli emiliani non è esportabile ovunque».