Bologna, 26 aprile 2016 -  LUOGO comune numero uno: «Le molle sono tutte uguali». Luogo comune numero due: «Le molle sono facili da realizzare. Prendi un filo d’acciaio, lo giri attorno a un cilindro ed ecco fatto». Riccardo Pisani, trentotto anni, quarta generazione al comando del Mollificio Guidi che fu fondato dal suo bisnonno Ottorino, ama il suo lavoro e perciò ci ride su: «Sa quanto ci può volere per avviare la produzione di una molla? Fino a una settimana intera, weekend compreso, partendo dal disegno del cliente. Pochi centimetri di acciaio, ma pieni zeppi di tecnologia e innovazione». Moltiplicati poi per qualche milione di pezzi all’anno: tanti ne escono dal nuovo stabilimento di 2.500 metri quadrati a Castel San Pietro Terme, dove il Mollificio si è trasferito nel 2013.

Pisani, nel 2013 la crisi era nera.

«Oggi si è schiarita, ma non così tanto come si dice: di clienti che fanno fatica a pagare ce ne sono ancora».

E voi?

«Da quando ci siamo trasferiti in questi capannoni, grandi il doppio dei precedenti, abbiamo ripreso aria, iniziando a crescere del 13% di media ogni anno, fino a superare abbondantemente i valori di fatturato pre-crisi».

Solo una questione di spazi?

«Beh, c’è dell’altro».

Vogliamo sapere.

«Il segreto dei nostri primi 70 anni è un mix di affidabilità, rapidità nella produzione, e alta tecnologizzazione. I nostri prodotti sono in continua evoluzione, così come le nostre macchine. E poi ci sono le persone. Perché le macchine assicurano quantità, velocità e precisione, ma la qualità è ancora in mano all’uomo».

Dove si impara a far le molle?

«Qui dentro. E in non meno di due anni di lavoro».

E la scuola?

«I ragazzi arrivano qui a 19 anni, dopo l’istituto tecnico, ubriacati di teoria. Importantissima anche quella... ma senza pratica non si va lontano».

Lei a che età ha iniziato?

«In pianta stabile a 23 anni. A lavorarci molto, molto prima».

Per punizione?

«Piuttosto era un incentivo. ‘Vuoi comprarti il motorino? Vai a lavorare dal nonno. Vuoi andare in vacanza? Chiedi al nonno se ha bisogno’, e così via. Ma per fortuna mi piaceva molto».

Frequentava già gli uffici?

«No, no, la produzione, dove anche da dipendente ho lavorato per più di dieci anni. La scrivania è arrivata dopo e in ogni caso ancora oggi, spesso, mi tocca l’officina. Ma è normale: un’azienda meccanica non la fai crescere se non ti sporchi le mani».

Essere flessibili, cosa vuol dire?

«Saper passare velocemente, utilizzando le stesse macchine e le stesse persone, dalla produzione di un prodotto semplice in milioni di pezzi, alla molla iper-tecnologica da realizzare in poche decine di esemplari».

Beh, in fondo si tratta di molle.

«(ride, ndr). Se lo dice ancora, l’avverto, mi toccherà mostrarle, uno ad uno, i 18mila diversi tipi di molle che escono da questo stabilimento. E ne codifichiamo una decina di nuovi ogni giorno. Allora, è pronto?».