Bulgarelli se ne è andato il 12 febbraio 2009
Bulgarelli se ne è andato il 12 febbraio 2009

Bologna, 12 febbraio 2019 - Gino Villani, che dal suo megafono ogni domenica gli dava il benvenuto dai distinti con lo stentoreo "Onorevole Giacomino, salute!", carezza affettuosa e insieme grido di battaglia, non c’è più da oltre quarant’anni. Adriano Mottola, al secolo Barile, bersaglio privilegiato dei suoi scherzi fuori dal campo, congegnati insieme a quella spensierata e geniale combriccola che era il Bologna di Fulvio Bernardini, si è spento nel 2006.

Lui, invece, grande tra i grandi in un panteon ristretto dove c’è posto solo per Angiolino Schiavio, Carlo Reguzzoni, Ezio Pascutti e pochi altri, ci ha lasciato esattamente dieci anni fa. Era il 12 febbraio 2009 quando Giacomo Bulgarelli si spegneva dopo una lunga malattia: al suo funerale, celebrato in una cattedrale di San Pietro gremita, si diede convegno tutta la città. Dieci anni senza la Bandiera, ma soprattutto senza il suo fosforo a tutto tondo. Intelligenza, ironia, arguzia, la battuta salace sempre pronta, la capacità di entrare in empatia con le persone, il sacro rispetto per il campione che gli era avversario sul campo come per il tifoso che gli stringeva la mano davanti ai tavoli dell’Osteria del Sole, quando non calcava più le scene ma non aveva smesso di essere un’icona: Bulgarelli incarnava perfettamente lo spirito della bolognesità.

GIARDINOBULGARELLI_9112053_163426

«Era uno dei simboli più veri del ‘mio’ Bologna – dice oggi Romano Fogli, 81 anni, riaprendo un cassetto dei ricordi che contiene cimeli di oltre mezzo secolo fa –. Quando arrivai a Bologna in prima squadra, lui, che aveva solo due anni meno di me, era già la promessa del settore giovanile: bastava vederlo in allenamento per capire che sarebbe diventato un grande».

C’è il calciatore. E poi c’è l’uomo. «A casa nostra era uno di famiglia – dice ancora l’ex mediano rossoblù –. Ha fatto da padrino al battesimo di mio figlio Mirko. E dovevate vedere com’era felice quando passava da casa, prendeva per mano Mirko e lo portava a fare un giro in centro, presentandolo a tutti». Pausa al telefono: «Quando penso che tanti di quei ragazzi del Sessantaquattro, come mi piace chiamarli ancora, oggi non ci sono più mi viene il magone».

Fiori recisi in spietata sequenza, perché dopo Bulgarelli se ne sono andati Haller, Furlanis, Tumburus, Nielsen, Pascutti, Perani, Cervellati (il mitico Cesarino, che fu il vice di Bernardini) e, da ultimo, perfino Renna, che di quel Bologna scudettato fu solo un comprimario. L’unica magra consolazione è che in questi dieci anni il ‘Bulgaro’ del suo Bologna non si sia perso molto: la retrocessione in B del 2013-2014, il successivo ritorno in A del giugno 2015, pochissimi acuti sul campo e tanti magoni, compresa l’umiliazione cocente dell’1-7 patito al Dall’Ara per mano del Napoli nel febbraio di due anni fa. Fu proprio un Napoli-Bologna finito 1-1 a far scattare l’applauso commosso del San Paolo due giorni dopo la sua morte. Quel 14 febbraio 2009 il gol dei rossoblù lo segnò Marco Di Vaio e in panchina sedeva Sinisa Mihajlovic.

ADDIO_30449473_133927

All'uomo e al campione che hanno portato con orgoglio in giro per l’Italia il nome della città sono state intitolate la curva Andrea Costa e un giardino adiacente al Dall’Ara, oltre che un premio che, per l’edizione 2017-2018, il suo grande amico Fabio Capello nei giorni scorsi ha consegnato al capitano della Roma Daniele De Rossi. Dopo anni di oblio, e grazie all’impegno del Felsina Calcio, il Premio Bulgarelli promette di tornare sotto le Due Torri all’inizio dell’estate, in concomitanza col via della fase finale dell’Europeo Under 21. Un premio alla sua memoria che sia da sprone alle nuove generazioni di calciatori. Da Lassù Giacomino gradirà di sicuro.

Qui il ricordo che gli ha tributato il Bologna F.C.