Sinisa Mihajlovic con la moglie Arianna Rapaccioni (Foto LaPresse)
Sinisa Mihajlovic con la moglie Arianna Rapaccioni (Foto LaPresse)

Bologna, 20 febbraio 2019 - Oggi Sinisa Mihajlovic compie 50 anni: nato il 20 febbraio 1969 a Vukovar, oggi in Croazia, l’ex giocatore di Stella Rossa, Roma, Sampdoria, Lazio e Inter, oltre al Bologna ha guidato anche Catania, Fiorentina, Sampdoria, Milan, Torino e la nazionale Serba. Ha sposato la romana Arianna Rapaccioni nel 1996 in Campidoglio e poi con rito ortodosso in Serbia nel 2005. E’ lei a fargli gli auguri in questa intervista.

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Virginia e Viktorija Mihajlovic (foto Frezza - La Fata)

Arianna Rapaccioni in Mihajlovic, ha preparato la festa per i 50 anni di Sinisa?
«Sì, ma è stato facile. Sinisa non è molto festaiolo, di questa cifra non gli interessa molto. Faremo una cena in famiglia con i figli che ci sono, mancheranno Viktorija e Virginia (foto), che sono sull’Isola dei Famosi».

E suo marito non sembrava molto convinto...
«Era contrario, ma solo per proteggerle. Non voleva correre il rischio che uscisse un’immagine sbagliata di loro, ma io sono tranquilla. Sono educate e carine, sono sicura che non faranno sciocchezze».

Lui ha mandato un videomessaggio da allenatore, in cui dice alle ragazze: ricordate che siete due Mihajlovic.
«Sinisa è legatissimo alle figlie, e ha valori sani. Mi dispiace che a volte passi per una persona dura, lo è solo nel senso di tosto. In realtà è un generoso, solo che non gli piacciono le smancerie e a volte da fuori non si capisce. Ma mi lasci dire una cosa: non potevo desiderare un marito e padre per i miei figli migliore di lui. Essere riservato e diretto è un pregio, una volta glielo rimproveravo, adesso so che è meglio così. E’ poco diplomatico perché pensa alla sostanza, alla lunga paga».

E’ un biglietto di auguri bellissimo. Qual è il regalo più pazzo che vi siete fatti?
«Più che altro mi faceva delle sorprese, soprattutto all’inizio, prendeva aerei privati per vedermi. Adesso gli regalo sigari, ne è appassionato».

Il colpo di fulmine arrivò in un ristorante al Gianicolo.
«E’ così. Il locale si chiamava ‘L’ultima follia’, ma non c’è più. Sinisa giocava nella Sampdoria ed era a Roma per vedere l’amico Alessandro Lucci».

E da lì è iniziata una vita di traslochi.
«Fino a un po’ di tempo fa sì, era così. Adesso che le ragazze fanno l’università e anche Miroslav, Dushan e Nicholas stanno crescendo, abbiamo deciso che la famiglia resta a Roma e Sinisa fa il pendolare, come in questi due giorni».

Lei è romanista, lui laziale. In casa è un derby.
«Sì, anche se lunedì ero dispiaciuta perché io sono romanista sempre, tranne quando la Roma gioca contro Sinisa. Ma in casa di calcio parliamo poco, interessa solo a i figli maschi».

All’Olimpico è andata male. E sono arrivati fischi e cori.
«Sì, anche stavolta l’hanno chiamato zingaro, che poi in realtà lui è slavo. Contro l’ignoranza non puoi fare nulla. Una volta non ce l’ho fatta più e gli ho scritto sui social che lui era il mio zingaro preferito. Ormai lo dicono anche a me. Non è razzismo anche questo? Perché se lui dice qualcosa può essere accusato e se lo fa uno stadio intero non vale?»

Ha ragione. Se potesse cancellare un giorno dalla vita di suo marito, quale sceglierebbe?
«Non la guerra nella ex Jugoslavia, ma la morte di suo padre. Perché Sinisa non c’era, aveva promesso ai ragazzi di portarli a vedere una finale di Champions in Spagna ed erano andati. Ha saputo la notizia al ritorno, gli avevano nascosto che suo padre era così grave. Non ha potuto stargli vicino negli ultimi giorni, quella è una ferita».

Pensiamo a oggi. Come vivete il ritorno a Bologna?
«Molto bene, è una città che amiamo, la prima volta i nostri figli frequentarono il collegio San Luigi in via D’Azeglio. Io torno sempre volentieri perché siamo buongustai e la gente è simpatica, aperta come noi romani, io sono della borgata Trullo. Soprattutto, davvero non ne potevo più di averlo in giro per casa a lagnarsi di tutto: il pollo è tagliato troppo sottile, cosa mangiamo stasera... Era insopportabile. Adesso è contento di essere ripartito. E lo sono anche io».