Bologna, 29 settembre 2014 - Ha vinto Stefano Bonaccini, come pronosticato. Ha vinto con il 60%, come pronosticato. L’affluenza alle primarie non è stata un flop; peggio, è stata una legnata dritta in fronte alla dirigenza emiliano-romagnola, una bastonata anche ai candidati, e questo nessuno l’aveva pronosticato.

Si sospettava, sì, un crollo. Ma non questa emorragia: Stefano Bonaccini, il quasi sicuro nuovo presidente dell’Emilia-Romagna (ma dove sono le opposizioni, pronto???), lo sa e non può ridere appieno del risultato di queste primarie. Intanto perché Balzani ha raggiunto il 40% e questo tesoretto non si esaurirà con una folata settembrina; poi perché, anche da segretario regionale del partito, deve pensare come ricostruire un rapporto con l’elettorato ormai sempre più confuso. Penso che la vicenda delle spese pazze in Regione abbia influito solo marginalmente – se non quasi inavvertitamente – sull’affluenza-choc.

Di sicuro la sfida per la poltrona di viale Aldo Moro (inedita nella versione per primaristi) non ha appassionato; anche i due candidati hanno avuto un peso specifico oggettivamente basso, se si considera che a Bologna gli elettori non sono nemmeno i due terzi del numero degli iscritti totali al Pd. Come giustamente notava un cronista del Carlino, nella sede del Pd una volta c’era la foto di Berlinguer, ora invece nella sede regionale dei democratici troneggiano le prime pagine sull’«Effetto Renzi» della guerra per l’ultima segreteria nazionale.

Non si tratta solo dell’assenza dei miti del pantheon comunista, è l’essenza del partito che si è sfilacciata e, a differenza di quanto accaduto a livello romano, in Emilia-Romagna non è spuntato alcun trascinatore. Se eletto il 23 novembre, Bonaccini sarà atteso dalla prova più difficile: dimostrare con i fatti il suo renzismo. Partendo dalla giunta fino ad arrivare alle nomine, nelle partecipate e nella sanità. Rottamazione non significa conservazione.