La sala del consiglio regionale dell'Emilia-Romagna (FotoSchicchi)
La sala del consiglio regionale dell'Emilia-Romagna (FotoSchicchi)

Bologna, 19 novembre 2014 - Indagati per peculato, ma premiati con una buonuscita da 30mila euro a legislatura. Si chiama ‘indennità di fine mandato’ ed è l’ennesimo benefit di cui godono i consiglieri regionali dell’Emilia Romagna. I quarantuno eletti finiti sotto inchiesta per l’utilizzo allegro dei soldi destinati ai gruppi consigliari, potranno quindi portarsi a casa una bella somma quando usciranno da viale Aldo Moro. Perché oltre allo stipendio base (circa 6mila euro al mese) e alle varianti date dalla carica istituzionale, ci sarà anche quest’indennità, che sarebbe una sorta di Tfr per consiglieri. A quanto ammonta? Esattamente un dodicesimo dello stipendio base di un eletto. Tradotto: seimila euro all’anno. E tutto questo senza alcuna trattenuta fiscale, a differenza di molte altre Regioni dove le cifre possono essere più alte, ma viene sempre trattenuto il 4-5% della somma.

Per gli eletti di casa nostra significa che, ad esempio, chi ha fatto dieci anni di legislatura, come Marco Monari, porterà a casa 60mila euro di indennità di fine rapporto.  Se invece si è stati seduti su quei banchi solo cinque anni la cifra, ovviamente, va dimezzata. Questo sistema della buonuscita non esiste soltanto in Emilia Romagna. Tutte le Regioni ne sono dotate, tranne la Lombardia, ma con sistemi molto diversi. Dalla Valle d’Aosta alla Sardegna, dal Friuli fino in Basilicata, c’è una regola che non cambia: su quella cifra vanno applicate delle trattenute che variano dall’1% del Lazio al 6,7% della Sicilia. 
 
In Emilia Romagna non c’è traccia di tutto questo. C’è da dire, a parziale discolpa, che la cifra elargita lungo la via Emilia è la più bassa di tutta Italia. Si pensi ad esempio che in Calabria, dopo cinque anni di legislatura si ricevono 56mila euro di indennità di fine mandato. C’è solo un limite che non può essere superato in Emilia Romagna: il benefit viene calcolato al massimo su dieci anni di legislatura. Se qualcuno avesse fatto tre mandati, quindi, riceverebbe un’indennità di 60mila euro e non di 90mila come si potrebbe pensare. 
 
In questi giorni di campagna elettorale c’è anche chi è tornato a parlare di vitalizi. L’Emilia Romagna infatti ha approvato una legge che li abolisce, ma a partire dalla prossima legislatura. Per ora ci si è limitati a rinunciare volontariamente a questo diritto. Dei 50 consiglieri eletti, solo 28 hanno fatto questa scelta. Chi non l’ha fatto si difende generalmente in questo modo: «Se rinuncio al vitalizio, la Regione deve restituirmi quanto ho versato e questo metterebbe in crisi le casse dell’Istituzione». A smascherare l’assurdità di questa affermazione è proprio un consigliere regionale, che ha rinunciato al vitalizio e che è tra i nove non toccati dall’inchiesta ‘spese pazze’: Giuseppe Paruolo
 
La domanda che si pone il renziano è semplice: qual è la proporzione tra quanto viene versato in cinque anni e quanto viene restituito in forma di vitalizio? E segue il calcolo. Un consigliere versa circa mille euro al mese, quindi in cinque anni avrà pagato 60mila euro di contributi pensionistici. Allo scattare dell’età pensionabile percepirà però un’indennità di circa 1.650 euro al mese, che moltiplicata per gli anni di aspettativa di vita media (81 anni) crea un montepremi di 346mila euro. Morale: versando 60mila si avranno indietro 336mila euro. Non male come polizza.