Andrea Mingardi (FotoSchicchi)
Andrea Mingardi (FotoSchicchi)

Bologna, 14 settembre 2019 - «Se non ci fosse stato il jazz a Bologna non ci sarebbe stato Lucio Dalla». Insomma, splendente di pop d’autore, ma con anima vibrante di jazz. Andrea Mingardi (stasera in concerto in via Rizzoli) non ha dubbi in proposito: «Era un buon clarinettista, con un pizzico di talento in più rispetto alla media (come Pupi Avati constatò a sue spese), ma senza la poetica del jazz avrebbe rischiato di perdersi come tanti altri bravi musicisti».

Appropriata la decisione degli organizzatori di attribuire il Premio Strada del Jazz 2019 al musicista che ci ha avvolto fino all’ultima nota in un amplesso blues colossale. Mingardi, uno che sa mettere la carta della voce sul tavolo dei suoni, swingando con la naturalezza dei grandi del passato, tra ombreggiature agrodolci, ricorda che da figlio della guerra e in regime di autarchia prima dell’irrompere del jazz poteva contare su pochi esempi nobili per crescere.

«La radio trasmetteva gli appuntamenti dell’Orchestra Angelini, Nilla Pizzi, Carla Boni... Non si poteva cantare in inglese, ma per fortuna la collezione di dischi di mio zio conteneva preziose testimonianze del meglio del jazz d’oltreoceano. Che capivo poco, ma l’emozione era forte. Quello è stato l’imprinting. Poi fu il rock and roll a fare breccia». Accadevano cose impensabili che andrebbero scritte per non essere dimenticate. Come gli incontri casuali con i mostri sacri del jazz. «Noi musicisti in erba spesso di notte nei posti di ristoro ci trovavamo fianco a fianco con Miles Davis o Charlie Parker. O appunto Gerry Mulligan che mi conquistò col suo splendido album Paris Concert del ’54». Premio e concerto di maggior appeal del format …e allora JAZZ sotto le Torri. «Partiremo dagli standard jazz per passare al funky, al rhythm ‘n’ blues e al rock. Ma ricordatevi che sono solo un cantante»