Caterina Caselli stasera al Duse di Bologna (Ansa)
Caterina Caselli stasera al Duse di Bologna (Ansa)

Bologna, 11 febbraio 2020 - Ci sono gesti, atteggiamenti, piccole scelte estetiche che, spesso inconsapevolmente, segnano e a volte anticipano le trasformazioni sociali. Segnali che sono arrivati, negli anni, anche dal palco della musica popolare per eccellenza, quello del Festival di Sanremo. Come il ‘casco d’oro’ che i parrucchieri Vergottini idearono per la giovanissima Caterina Caselli di ‘Nessuno mi può giudicare’ nel 1966. Un’acconciatura che, per l’immaginario collettivo dell’epoca, anticipò la ribellione imminente del ’68.

La cantante, adesso discografica e manager di successo con la sua Sugar Music, sarà l’ospite, stasera al Teatro Duse (Via Cartoleria, 42, ore 21), del secondo appuntamento del ciclo ‘Penso che un sogno così non ritorni mai più’, organizzato dall’associazione ‘Incontri esistenziali’, in collaborazione con il Carlino per la mostra ‘Noi, non erano solo canzonette’, in corso a Palazzo Belloni sino al 12 aprile. Con lei sul palco Jill Vergottini, il prof. Giovanni de Luna, l’imprenditore Giacomo Frigerio, il giornalista Oscar Giannino e l’ideatore del ciclo, Massimo Bernardini. Presenti anche il Direttore di QN-Il Resto del Carlino Michele Brambilla e Francesco Bernardi di illumia, che sostiene l’iniziativa. Ingresso libero sino a esaurimento posti.
 

Signora Caselli, anche secondo lei ‘Non erano solo canzonette’?
"Canzonette non sono mai state, la canzone popolare ha sempre dialogato con l’evoluzione del costume e con le aspirazioni e i cambiamenti di gusto della società anche ai tempi di Papaveri e Papere. Sino a quando, alla fine degli anni ’70, è sembrato che ogni canzone dovesse esprimere un programma, prendere posizione su temi ‘alti’, politici e culturali. Per me la musica è stata una cometa, da seguire anche quando da ragazzina dovevo fare altro, non erano tempi facili, mi ha fatto crescere e entrare in contatto con il mondo".
La musica leggera è davvero quindi lo specchio dei mutamenti epocali?
"La canzone popolare dialoga con la società in un rapporto dialettico, a volte si limita a raccontare, a volte anticipa sviluppi che non hanno ancora preso forma, spesso in mondo inconsapevole. Ma per mettere tutto questo in evidenza serve il lavoro di intellettuali come Edmondo Berselli, che tanto ci manca.
Al suo esordio quali erano le sue aspirazioni?
"Ero parte dello ‘spirito del tempo’, ma ero troppo giovane per averne coscienza. Io volevo soprattutto cantare, dare sfogo a una passione e a un’energia che non aveva bisogno di altre motivazioni. In quegli anni prima del 68, anche le categorie erano piuttosto semplici, c’erano i ‘giovani’ e c’erano i ‘matusa’".
Per il suo successo il look fu determinante. Anche oggi l’immagine ha un ruolo centrale per un artista?
"Sempre di più. A volte sembra che il modo di abbigliarsi, pettinarsi, truccarsi sia più importante della voce e delle capacità interpretative, che però restano la chiave vera di un successo. Allora era più facile, bastava poco a distinguersi, un taglio e un colore. Oggi, da Madonna in poi, è diventato complicatissimo, fino a mettere in scena vere e proprie mini piece teatrali, vedi Achille Lauro a Sanremo con le sue ‘spoliazioni’".