Bologna, 13 aprile 2018 - Benvenuti al party dello sciamano elettrico. Anzi, del Don Chisciotte glitterato vagheggiato dal video picaresco di Michele Fior con cui Jovanotti si offre in pasto oggi, domani (sold out) e lunedì ai cuori affamati dell’Unipol Arena tra raggi laser, coriandoli, gonfiabili, immagini, effetti speciali. Ci sono quelli che in scena portano se stessi e quelli che incarnano un personaggio. Jovanotti appartiene a questa seconda categoria.

E il personaggio che s’è costruito in questi trent’anni di palcoscenico è decisamente meno inquieto del Lorenzo Cherubini che tira i fili da dietro le quinte con la complicità di Riccardo Onori alla chitarra, Saturnino al basso, Franco Santarnecchi al piano, Christian ‘Noochie’ Rigano alle tastiere, Jordan McLean alla tromba, Gianluca Petrella al trombone, Matthew Bauder al sax, Gareth Brown alla batteria, Leonardo Di Angilla alle percussioni. "Il mio agente dice che potremmo fare tutti sold-out anche con un album di cover del Rondò Veneziano" scherza il Cavaliere dalla Trista Figura del pop. E a ragione.

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Poco importa, infatti, se, pressato dai palasport prenotati già un anno fa o giù di lì, l’ultimo album Oh vita si limiti ad assemblare tante buone idee senza la completezza di altri dischi del passato, tanto sul palco ci pensa il vecchio repertorio ad annodare le storie, a liberare i sentimenti, a stendere sulle nuove canzoni quell’esuberante allure artistica che Lorenzo prova a ricreare sul palco.

Tutto con 13 lampadari di cristallo formato teatro dell’opera (o ‘ultimo valzer’ di The Band) sulla testa e un clima da rave party che strappa il pubblico dalle sedie per farlo ballare relegando in secondo piano l’introspezione e il francescanesimo musicale dell’ultima fatica discografica, arrivata al doppio disco di platino con 100mila copie vendute contro le 250 mila messe a bilancio dal predecessore Lorenzo 2015cc. La vita di Jovanotti, infatti, è fatta di corsi e ricorsi.

E come Capo Horn mandò in crisi l’impianto artistico de L’albero, portando al momento di stanca de Il quinto mondo, così Lorenzo 2015cc, nonostante i 5 platini e un paio di hit (L’estate addosso e Gli immortali), sembra aver fatto scricchiolare le monolitiche certezze di Ora, portando a un album sofferto quale Oh vita.

Quindici anni dopo, la storia si ripete con lo stesso copione, cambio di produttore (allora Carlo Ubaldo Rossi, oggi Rick Rubin), cambio di rotta (allora virata verso la world music, oggi nella direzione di un pop d’autore), ma si spera un risultato diverso. Tre Unipol Arena e altri 57 spettacoli in agenda dicono che il pubblico, almeno nei palasport, è sempre con lui. Dopo aver pubblicato un album dal vivo per il mercato Usa (Oh yeah, 2009) e portato a termine alcune tournée tanto in Nord e Sudamerica, Jovanotti torna alle radici. Musicali e non.

"Non ho mai confidato molto nella possibilità di sfondare in America; credo molto, infatti, nella mia capacità di mettermi in sintonia con chi ho davanti, ma non in quella di fare grandi numeri sul mercato discografico di lì" assicura. "Anche perché dall’altra parte dell’oceano l’idea del cantante italiano è molto legata a quella della grande voce romantica e io, da quel punto di vista, non ho speranze. Così, anche se prodotto da Rubin, credo che quest’ultimo sia il disco più italiano della mia vita".

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