Bologna, 29 novembre 2019 - Sabato 30 novembre pubblichiamo assieme a QN, il Carlino, La Nazione e Il Giorno uno speciale per celebrare la mostra 'Noi, non erano solo canzonette' che resterà aperta fino al 12 aprile 2020 a Palazzo Belloni di Bologna. Nello speciale abbiamo raccolto i ricordi di protagonisti di oggi che rivivono (sempre sull'onda della musica) il loro ieri. Che poi è anche il nostro. Ecco quello di Giuseppe Giacobazzi.

Fin dalla mia adolescenza la musica ha avuto un ruolo predominante nella mia vita: sempre, comunque e dappertutto. Ogni canzone è un ricordo e un attimo di vita pieno di emozioni. Ascoltavo le cassette con il mangianastri e usavo le Bic per riavvolgerle, l’abbiamo fatto tutti! Il primo amore musicale fu Renato Zero (che ho avuto anche la fortuna di vedere tre volte dal vivo) e scoppiò dopo aver ascoltato Il cielo. Suonavo, anzi strimpellavo la chitarra classica, regalo di mio zio, quando facevo fuga ai giardini Margherita. Invece di iniziare come tutti da La canzone del sole di Battisti, imparai Wonderful tonight di Eric Clapton. Con la mitica Eko a 6 corde del mio amico Panki, era un continuo concerto. Quante volte abbiamo suonato e cantato, in spiaggia di notte, mentre gli altri limonavano. Allora, con la scusa dell’umidità che rovinava la chitarra, passai al registratore. Scelta più intelligente: pagavo le pile ma almeno limonavo pure io!

Canzoni immortali di autori straordinari, partendo da Odio l’estate di Bruno Martino passando da Celentano, Morandi, sino ad arrivare a Vasco, sono legato da sempre alle canzoni e quelle che faranno parte della mostra ‘NOI – non erano solo canzonette’ le conosco praticamente tutte. I cantautori erano il nostro pane, a partire da Fabrizio De Andrè: impossibile scartare qualcosa dal suo repertorio. E la passione per un cantante che non era neanche un cantante: Giorgio Gaber. Polli d’allevamento penso d’averlo frustato, Io se fossi Dio pure…

Amo Francesco Guccini (video) e in particolare l’album Metropolis (quello che conteneva Bologna, Venezia) del quale ho imparato tutte le canzoni con la chitarra A proposito di Bologna… Bologna era un crogiuolo di musicisti e musica, io stesso pensavo di diventare un cantante. Quanti ne ho visti e conosciuti! Luca Carboni, lo vidi al bar Student che frequentavo anche io. Quando ascoltai per la prima volta Ci stiamo sbagliando rimasi colpito. Qualche anno dopo scrisse quella che considero una poesia assoluta, Gli autobus di notte. Poi Lucio Dalla, cazzo. Nuvolari, La settima luna con lo stereo a palla, un crescendo straordinario. Anna e Marco, L’anno che verrà. Che pezzi ha scritto Lucio, dove tocchi, tocchi.

Gli Skiantos hanno fatto parte della mia adolescenza! Quando sentii per la prima volta Ti rullo di cartoni e Eptadone, sono impazzito! Vortice con quel verso «se c’è la luna in cielo io ti penso sotto il melo» e Bau bau baby, la canzone dal testo facile. E c’ero a Bologna rock al Palasport sul finire degli anni ’70, in attesa come tutti degli Skiantos. Quando salirono sul palco ci chiesero se avessimo già mangiato. E cucinarono gli spaghetti senza suonare mentre il pubblico naturalmente tirò di tutto. Poi ho conosciuto il mio mito, Freak Antoni e abbiamo anche avuto modo di lavorare insieme.

Persona squisita e gentile, un signore. Un signore geniale. Decisi che la mia vita era quella e misi su un gruppettino. Inevitabilmente uno andò a lavorare in banca, quell’altro aveva la fidanzata… in breve, mi sono ritrovato solo, e allora mi sono detto «farò il cantautore». Ho scritto due o tre canzoni. Rimaste, per fortuna, su un quadernino. Però mai dire mai, magari un giorno…

PS: il titolo della mostra “Noi - non erano solo canzonette” è clamorosamente simile al titolo del mio ultimo spettacolo teatrale «Noi – mille volti e una bugia». Una simpatica coincidenza. Forse.