PRESSPHOTO Firenze, concerto di Francesco De Gregori al Mandela Forum. Tania Bucci/New Press Photo
PRESSPHOTO Firenze, concerto di Francesco De Gregori al Mandela Forum. Tania Bucci/New Press Photo

Bologna, 28 marzo 2015 - «Lucio aveva un senso della vita tracimante, era difficile non divertirsi andando in giro con lui» spiega Francesco De Gregori, in arrivo stasera alle 21 all’Unipol Arena, tra le pagine del recente libro fotografico Guarda che non sono io ricordando Dalla così come non ama fare nelle interviste, perché nella vita ci sono sentimenti che non vanno necessariamente analizzati, sezionati e spiegati. «Lui di noi due era l’uomo di spettacolo, stava sul palco come un leone, io ero l’animale ombroso in cui la gente ormai mi aveva identificato» ricorda a proposito del tour di Banana Republic. «Poi sono trascorsi tanti anni, anche con dei momenti di ‘non amicizia’, di non telefonarci, di non sentirci, il mio non amare i dischi che faceva e, probabilmente, il suo non amare quelli che facevo io. Sono tutte cose che ci stanno, in un rapporto. Però, dopo tutti quegli anni, ci siamo ritrovati a fare di nuovo una cosa secondo me musicalmente importante, forse più importante della prima dal punto di vista della qualità musicale. E ne sono felice».

Il presente è quello del Vivavoce Tour che, come l’album omonimo (centomila copie vendute, il triplo degli ultimi dischi dati alle stampe da De Gregori), si accolla il diritto di riscrivere il passato, equilibrando classici senza tempo come La donna cannone o Buonanotte fiorellino e brani che, ad insindacabile giudizio del loro autore, avrebbero meritato maggior fortuna. Ma anche una cover della spietata The future di Leonard Cohen o l’omaggio all’Elvis di I can’t help falling in love with you perché «la frase ‘non posso fare a meno di innamorami di te’ mi sembra una cosa bella da lasciare alla gente». Tutto con la complicità di una band di dieci elementi. La parola a De Gregori.

Dal 2002 ha inciso sette dischi dal vivo, per fotografare adeguatamente l’evoluzione di certe canzoni nel tempo non erano sufficienti quelli?

«Con Vivavoce ho fatto, se si vuole, un’operazione analoga a quella del live, ma con un suono e una cura completamente diversi. Quella che può darti solo lo studio di registrazione. E poi il disco non è la scaletta di una serata, ma una scelta più ragionata sul percorso da seguire».

Che tipo di show è questo che la riporta in città?

«Lo vedo come uno spettacolo flessibile per il quale abbiamo approntato una quarantina di pezzi tra cui, per evitare di timbrare il cartellino, scelgo ogni sera i 25-27 da suonare. La routine è un rischio sempre in agguato nei tour lunghi come questo».

…attacchi un pezzo e già sai come finirà.

«Qui, invece, nessuno sa cosa accadrà. Alcune parti degli arrangiamenti sono molto curate, ma altre invece rimangono legate agli umori del momento. Con un senso un po’ jazzistico, mi piace l’idea di avere un canovaccio musicale su cui lasciare libere chitarre ed Hammond di muoversi come credono».

Il suo primo ricordo di Bologna è quello di quando, a 24 anni, era l’attrazione dei locali della riviera Adriatica e arrivava in stazione dove l’attendeva il suo manager del tempo, il cesenate Libero Venturi.

«In realtà a prelevarmi veniva Augusto, il fratello. Libero si occupava di Baglioni, che al tempo era più popolare di me e veniva trasportato su una sontuosa Citroën Pallas, mentre a me toccava la Fulvia coupé rossa di Augusto. Il mio treno da Roma fermava a Bologna attorno a mezzogiorno e appena sceso la prima operazione da compiere era anche la più difficile: incastrare la custodia della chitarra nella parte posteriore della Fulvia. Poi si partiva e cominciava l’avventura perché Augusto andava a velocità folle, oltraggiando senza riguardo il codice della strada. Dopo il successo di Rimmel cominciò a venirmi a prendermi pure Libero. Quando Baglioni non aveva impegni, naturalmente».

Nel suo immaginario Bologna è ancora la città «coi suoi orchestrali» della canzone?

«Forse è un po’ cambiata. Grazie al suo ruolo culturale e alla vicinanza con i locali della Riviera, Bologna è stata il riferimento di una generazione cresciuta ascoltando Wilson Pickett, Stevie Wonder e gli altri grandi della musica internazionale, ma artisti locali di primissimo piano come Lucio. E anche adesso che fuori dall’asse Roma-Milano esistono centri culturali importanti come Torino, dove c’è gente che suona benissimo, o la Puglia, piena di realtà interessanti, Bologna mantiene un suo ruolo».

Una città in musica.

«Almeno un tempo, sì; la città dei musicisti, anche se io nel testo di Viaggi & miraggi chiamo ‘orchestrali’ per far rima con i ‘canali’ di Venezia; l’ombelico di quel mondo in cui si muovevano orchestrine di liscio e le superstar che gravitavano nelle balere, nei dancing e negli altri locali storici della regione tipo Altro Mondo».

La scelta delle canzoni è solo sentimentale o influenzata da agenti esterni?

«Scelgo le canzoni che trovo giuste per raccontare questi nostri giorni. Non faccio altro che dividere (in maniera abbastanza spontanea) tra la parte in cui comando io la scaletta e la parte in cui comanda il pubblico. Ma anche fra i pezzi ‘obbligati’ faccio una scelta, basta pensare ad esempio che in questo spettacolo ci sono Generale e Alice, ma non Buffalo Bill, Pablo o Quattro cani».

Il 22 settembre, a Verona, per i quarant’anni di ‘Rimmel’ farà festa grande in Arena con tanti amici. Un drappelloin mezzo ai quali Dalla sarebbe stato bene.

«Ci sarebbe stato bene Lucio come ci sarebbe stato bene Pino Daniele, ma questa è la vita. E’ la durata che c’è data. Il loro ricordo ci deve consolare. Ci mancano, ma resta quanto abbiamo fatto insieme. E dobbiamo guardare a quello».