Il bacio a una delle tante medaglie vinte nel corso della carriera
Il bacio a una delle tante medaglie vinte nel corso della carriera

Bologna, 23 febbraio 2021 - L’etichetta Campionissimo è stata usata per Fausto Coppi e pochi altri. E la si può usare tranquillamente per Alberto Tomba, bolognese di Castel de’ Britti. Lo sci italiano ha avuto tanti campioni (compreso quel Thoeni, che di Alberto è stato il maestro): nessuno veniva dalla città. Nessuno veniva dall’Appennino. Nessuno, prima di Alberto, riusciva a essere così simpaticamente guascone. Nessuno sapeva fermare l’Italia come lui. Quando Alberto scendeva, tutto il paese rimaneva con il fiato sospeso. E, proprio venticinque anni fa, una delle imprese memorabili. L’oro – era il 23 febbraio 1996 – nel gigante mondiale di Sierra Nevada. Subito bissato, due giorni dopo, il 25 febbraio, dal successo nello slalom. Un quarto di secolo dopo quelle serpentine di Alberto sono ancora lì. A ricordarci che lui è il Numero Uno. Di sempre.

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Venticinque anni dopo l’adrenalina e le emozioni sono ancora lì. Così come le immagini della tivù che attestano, una volta di più, la sua grandezza. Il suo immenso talento. La sua straordinaria capacità di mettere tutti d’accordo. Nel seguirlo con il fiato sospeso, prima dell’urlo liberatorio di gioia, una volta tagliato il traguardo. Perché quella di Alberto Tomba, il campionissimo, è stata un’impresa capace anche di sfidare la legge del tempo e di gravità. Nel gigante di Sierra Nevada, in occasione della seconda manche, Alberto si era praticamente sdraiato, per la troppa velocità, prima dell’ingresso in una porta. Addio titolo mondiale. Per tutti, ma non per Alberto Tomba che con un colpo di reni incredibile si rialzava. E andava a vincere. Per confezionare quella doppietta iridata – prima l’oro nel gigante, poi il bis nello slalom – che ventidue anni prima aveva ottenuto anche il suo maestro, Gustav Thoeni, a Saint Moritz.

Tomba, ricorda?
"E come potrei aver dimenticato. Non avevo nemmeno cominciato che subito mi trovo un club come avversario. Un club anti-Tomba. Proprio io, che pure potevo sempre contare su un nutrito numero di tifosi e appassionati al seguito".

Perché?
"Fu il risultato di una traduzione sbagliata. Mi aveva intervistato una televisione tedesca. Dissi che, dalla Sierra Nevada, si vedeva il Marocco. Una traduzione poco fedele mi fece passare quasi per razzista. Mi trovai la gente addosso, fin dal cancelletto. Arrabbiata, inferocita. Una salva di fischi dopo il via".

E alla fine?
"I fischi si trasformarono in applausi convinti. Al traguardo sbandierai la bandiera italiana e quella spagnola. Quella italiana perché è la mia terra, la mia patria. Quella spagnola come riconoscimento del gradimento che avevo avuto per la collocazione di quei mondiali. Per me le gare più belle sono quelle in Europa, sull’arco alpino. Con gli Stati Uniti e con il Giappone, anche se ci andavo, non era la stessa cosa".

Venticinque anni dopo, un ricordo che non sbiadisce mai.
"Merito del mio fan club. Ogni cinque anni ci siamo ritrovati per celebrare quel trionfo. Quest’anno sono le nozze d’argento. Il Covid ci obbliga a comportamenti diversi. Magari ci ritroveremo tra aprile e maggio, se la pandemia lo permetterà, per festeggiare insieme. Come abbiamo sempre fatto".

Torniamo a quella seconda manche.
"Comincia il pendio, prendo ancora più velocità. E prendo qualche rischio. Sono praticamente sdraiato. Poi, con un colpo di reni, mi tiro su. Ritrovo la linea migliore. Chiudo e vinco. Era l’ultima chance iridata. Dopo il bronzo del 1987 a Crans Montana avevo un conto aperto con il mondiale".

Perché?
"I tormenti di Vail nel 1989, l’uscita a Saalbach nel ’91. E il virus di Morioka ’93. E anche in Sierra Nevada non tutto era partito con il piede giusto".

Già, l’annullamento.
"I mondiali dovevano essere nel ’95. Poi il rinvio. Pareva che tutto remasse contro. Invece in Sierra Nevada neve ottima e organizzazione impeccabile. Poi io in Europa mi sono sempre trovato meglio".

Doveva imitare il suo maestro Thoeni.
"Nello slalom avevo il pettorale numero 6, lo stesso di Gustav a Saint Moritz. Nel gigante avevo l’1. Lo sapete che mi sono sempre divertito a giocare con i numeri. In gigante ero il numero 1. E nello speciale lo slogan divenne 6 unico".

Un’impresa straordinaria.
"Trovavo ovunque amore, passione. Gente che si commuoveva. Negozi che chiudevano per seguirmi utilizzando il cartello ‘chiuso per Tomba’. Quando c’ero dentro lo vivevo come una situazione normale. Adesso, a distanza di anni, mi rendo conto di quello che ho combinato. Rivoluzionavano i palinsesti televisivi. Battevo persino il calcio. Mi viene da ridere pensavo che si parlava persino di una malattia: l’Albertite".

Se potesse disporre della macchina del tempo?
"Nessun dubbio. Tornerei indietro. Per ricominciare in pista. Ho smesso giovane. Avrei potuto prendermi un break e poi ricominciare. Ho smesso. E l’ho fatto da vincente".

Un messaggio per i giovani?
"Compatibilmente con la pandemia, stiano all’aperto. Social, telefonini, pc alla lunga ti tolgono qualcosa. Non si può stare sempre chiusi in casa".

Anche se con il Covid…
"Siamo rimasti chiusi in casa a lungo, lo scorso anno, nel periodo del lockdown. Anche la situazione attuale è sotto gli occhi di tutti. Mi sento molto vicino al mondo degli albergatori, dei ristoratori e di coloro che, nelle località di montagna, si occupano di impianti di risalita. Spero che qualcosa possa cambiare quanto prima. Sempre osservando scrupolosamente i protocolli e quelle norme, come mascherine, distanziamento, igienizzazione, dovrebbero consentirci di tenere sotto controllo quel Coronavirus che, dallo scorso anno, ha cambiato in modo radicale le nostre vite".

Vede un nuovo Alberto Tomba all’orizzonte?
"Mi auguro che arrivi uno come me. Che vinca. Che faccia innamorare e divertire la gente".

Se ripetiamo la località Sierra Nevada e l’anno 1996?
"Rispondo senza esitazione: bei tempi".

Cosa vede davanti a lei?
"Non lo so. Però vorrei fare un augurio a tutti. Che ci si possa riabbracciare tutti quanti. E cerchiamo di volerci bene".