Marco Belinelli, 35 anni, bacia il trofeo che vale lo scudetto (Ciamillo)
Marco Belinelli, 35 anni, bacia il trofeo che vale lo scudetto (Ciamillo)
di Alessandro Gallo Nel 2014, dopo il titolo con San Antonio, aveva pianto lacrime di gioia. Marco Belinelli, da San Giovanni in Persiceto, non si nasconde. "Ho pianto anche stasera – dice –. Magari non come nel 2014, ma qualche lacrima c’è stata. Di gioia, perché siamo dove volevamo essere". Parla da leader, Marco, che ancora non si capacita di quello che hanno combinato lui e la Virtus: 4-0 a Milano. Forse per lui vale anche doppio, perché magari, in estate, prima che decidesse di tornare a...

di Alessandro Gallo

Nel 2014, dopo il titolo con San Antonio, aveva pianto lacrime di gioia. Marco Belinelli, da San Giovanni in Persiceto, non si nasconde. "Ho pianto anche stasera – dice –. Magari non come nel 2014, ma qualche lacrima c’è stata. Di gioia, perché siamo dove volevamo essere".

Parla da leader, Marco, che ancora non si capacita di quello che hanno combinato lui e la Virtus: 4-0 a Milano. Forse per lui vale anche doppio, perché magari, in estate, prima che decidesse di tornare a casa sua, qualche parola con l’Olimpia era stata spesa. Marco non ne parla, tira dritto e guarda felice quel pezzetto di stoffa tricolore che si è cucito sul petto.

"Speriamo che magari sia il primo di una lunga serie. La Virtus è una società che ha ambizioni, che vuole vincere. Sono tornato qua con questo obiettivo. Il peso delle responsabilità? Sono qua per questo. Magari c’erano dei dubbi sulla condizione, sulla voglia di sacrificarmi. Credo di avere risposto bene per la Virtus".

Ha capito che lo scudetto era in cassaforte a quattro minuti dalla fine. "L’ho visto dai loro volti, erano spenti. Lì ho compreso che non ci avrebbero più ripreso".

E’ tra i più attivi nello spogliatoio a fare festa. Annaffia i compagni con spumante.

"La dedica? A mia moglie, ai miei fratelli, alla mia famiglia".

Aveva lasciato la Virtus nell’estate del 2003. Una Virtus che da lì a pochi giorni sarebbe stata radiata. Aveva un conto da chiudere con la V nera, il club con il quale è cresciuto e con il quale ha debuttato in serie A. Vede delle immagini di Piazza Maggiore in festa, Beli, alza il pugno al cielo, La voglia di festeggiare con i tifosi c’è.

"Se chiudi una finale con Milano sul 4-0 significa che hai qualcosa dentro. Sì, che abbiamo gli attributi al posto giusto. Qual è stata la chiave? Credo la difesa. Pajola è stato un esempio. Ma ci abbiamo provato tutti. Anche Teodosic e io, che magari non siamo proprio degli specialisti".

Torna al momento del primo tempo, quando ha voluto attorno a sé i compagni. Sembrava arrabbiato con i fischietti, pareva voler chiedere qualcosa di più alla squadra.

"Arrabbiato con gli arbitri? No, pensavo solo a noi, al gruppo, alla partita. Siamo finiti sotto di 7-8 punti. Non volevo che Milano scappasse. Mi sono sentito di lanciare un messaggio. Sono stato io, ma poteva toccare a Milos o Stefan. In fondo siamo i più esperti e qualche segnale lo dovevamo fornire".

Delle lacrime post-scudetto non c’è più traccia: Beli ha solo voglia di ridere e di gridare al mondo che "Beli is back".