Robert Curia, presidente del Bo.Ca.
Robert Curia, presidente del Bo.Ca.

Bologna, 23 marzo 2019 - Mercoledì scorso, campo della Bolognina, partita tra gli Allievi del Bo.Ca padrone di casa e della Libertas Ghepard: il giovane arbitro dell’incontro del campionato interprovinciale forse non vede tre rigori, il Bo.Ca perde 1-2 con tre espulsi. Due di loro inveiscono contro l’arbitro: al presidente del Bo.Ca., Robert Curia, la contestazione dei suoi non va giù. Chiede scusa all’arbitro invitandolo a chiudere prima la partita, e poi prende una decisione clamorosa per insegnare qualcosa ai suoi giovani: ritira la squadra dal campionato Allievi, nel quale avrebbe dovuto disputare ancora tre partite contro Sasso Marconi, Pontevecchio e San Felice, dichiarandosi "mortificato per il disagio che provocheremo" al comitato della Figc.

 Ha deciso di dare l’esempio, a costo di perdere una squadra intera. Robert Curia, presidente del Bo.Ca., l’aveva promesso ai suoi giocatori più irrequieti, già l’anno scorso quando furono coinvolti in una partita un po’ troppo turbolenta e lui ‘aggiunse’ due giornate di squalifica interna alle quattro comminate dal giudice sportivo. Ieri ha ritirato la squadra degli Allievi dal campionato perché alcuni giocatori avevano inveito contro un arbitro.

Curia, che cosa è successo?

«E’ successo che forse l’arbitro, che è molto giovane, può anche aver commesso qualche errore, ma questo non giustifica la reazione dei giocatori. Così, visto che in passato li avevo già avvisati, ho deciso di ritirare la squadra. A tutti i ragazzi ho dato il nulla osta, sono liberi di trovarsi un’altra sistemazione, non li tratteniamo».

I genitori come l’hanno presa?

«I genitori sono dalla mia parte, si sono scusati. E mi dispiace perché alla fine hanno subito tutti la punizione, anche quelli che non avevano fatto niente. Ma la situazione è un po’ più grande del calcio, onestamente».

Che intende?

«Che questa decisione vuole mandare un segnale a tutti, non soltanto ai miei atleti. I tesserati del Bo.Ca. devono sapere che se indossano questa divisa non si possono comportare male. Ma è giusto che si sappia in che contesto dobbiamo operare, dagli impianti alla situazione sociale».

Parla del fatto che il suo club è in un quartiere popolare?

«Anche. Parlo degli impianti che abbiamo, che penso siano i più brutti di Bologna, e allora non mi stupisco che i genitori preferiscano mandare i ragazzi dove ci sono spogliatoi veri, e non le due baracche che usiamo noi. Ma sia chiaro: non sto parlando di soldi, non è quello che ci serve. Noi non campiamo con le quote dei ragazzi, quelle servono a pagare gli allenatori, che sono tutti qualificati, e il campo. Se la squadra non c’è, non servono soldi per allenatori e impianto. Il discorso è diverso».

Ci spieghi.

«Sarebbe giusto decidere che cosa si può e si vuole fare in un quartiere come il nostro, lo chiedo alle istituzioni in senso generale, perché il presidente Ara fa anche troppo per aiutare. Ma credo che la nostra funzione sia quella di fare anche integrazione, visto che abbiamo molti stranieri o italiani di seconda generazione. E se non riesco ad accogliere molti bambini, non posso neanche mandare loro un vero messaggio educativo. Non siamo assistenti sociali, ma un ruolo sociale l’abbiamo. Su questo ci servirebbe aiuto: più siamo, e più riusciamo a mandare segnali. Anche se l’educazione, facendoli giocare tre ore a settimana, non possiamo certo dargliela noi, che non li abbiamo per le altre 165 ore...»