Virtus Bologna, la festa dopo il 15esimo tricolore (Ciamillo)
Virtus Bologna, la festa dopo il 15esimo tricolore (Ciamillo)

Bologna, giugno 2021 - Non è un caso che il confronto tra Virtus e Milano sia considerato il derby d’Italia. Insieme le due società fanno qualcosa come 44 scudetti: 28 per l’Olimpia e 16, l’ultimo, freschissimo, per la Virtus Bologna.

Ma come si parte, dalle Due Torri, per quella straordinaria avventura chiamata scudetto? La Virtus, che comincia a muovere i primi passi negli anni Trenta, sfiora il titolo prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Poi ci arriva davvero, a guerra finita. E’ una Virtus talmente bella che di scudetti ne mette in fila addirittura 4, dal 1946 al 1949. Volendo essere pignoli quella stessa Virtus, che domina la seconda metà degli anni Quaranta, getta alle ortiche la possibilità di calare la cinquina. Nel 1950 ci sarà per la Virtus, la fatal Gallarate. Club, quello lombardo, che chiude al terzultimo posto: solo che la Virtus interpreta la trasferta come una scampagnata. Lascia lì due punti pesantissimi che sono fondamentali per regalare lo scudetto a Milano.

Ma c’è un’altra storia, ancora più bella, legata al primo titolo italiano della Virtus. E’ un’Italia che esce dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile. Ci sono alcuni dirigenti che vengono considerati legati al passato regime fascista: la Virtus potrebbe non avere il diritto di partecipare al campionato e allora cosa succede?

Che ci si mette d’accordo tra gentiluomini. Quegli stessi giocatori, tutti Virtus, tutti bianconeri, iniziano il campionato con i colori della Fortitudo. Proprio così, l’altra società delle Due Torri (il derby con l’Aquila comincerà ufficialmente solo nel 1966) presta il suo marchio e le sue maglie. La Virtus, pardon, la Fortitudo domina fino alla fase finale. E, prima della finali, la notizia più attesa: non ci sono collusioni con il regime fascista, non ci sono condanne. La Virtus torna a essere tale e la Fortitudo, l’accordo è tra galantuomini, restituisce lo status al club bianconero che vince così il primo titolo, quello del 1946, con i simboli della Sef.

Le stelle di quel gruppo di pionieri per i quali la parola derby è solo con il Gira, sono capitan Vannini e il leggendario pivot Gigi Rapini. E ancora l’icona Marinelli e Galeazzo Dondi Dall’Orologio. C’è pure Renzo Ranuzzi, che intrapreta più avanti anche la carriera da allenatore. Gli altri sono Bersani, Calza, Cherubini, Faccioli, Girotti, Ferriani, Carlo e Cesare Negroni, Bertoncelli, Camosci, Setti, Dario e Dino Zucchi.

Il campo da gioco, dopo che per anni le partite hanno avuto ospitalità nella chiesa sconsacrata di Santa Lucia (oggi tempio dell’Alma Mater Studiorum), è diventato la Sala Borsa. Il pavimento a piastrelle manda in confusione gli avversari. Il tam tam sulle lastre di metallo è  un inferno per gli avversari.

E siamo negli anni Cinquanta quando nasce la figura dell’allenatore. Prima di quel periodo, in qualsiasi tabellino o reperto storico, troverete la voce “cambista”.

Non si tratta di una figura a luci rosse: semplicemente è l’uomo, il dirigente che, dalla panchina, chiama i cambi, le sostituzioni. Negli anni Cinquanta, finalmente, il tecnico è una presenza riconosciuta e apprezzata. E la Virtus ha il migliore, Vittorio Tracuzzi. Un coach che ha tra le mani il gigante Nino Calebotta (204 centimetri), il velocissimo Achille Canna e Mario Alesini, tre autentiche stelle di quei tempi che, all’ombra delle Due Torri, chiamano confidenzialmente “il Trio Galliera”.

Reduci dai primi quattro tricolori troviamo ancora Carlo Negroni e Rapini. Arrivano due titoli, sempre in Sala Borsa, nel 1955 e 1956 con i contributi di Germano Gambini (che poi diventerà presidente della Fortitudo), Beppe Lamberti (poi allenatore Fortitudo), Battilani, Borghi, Mioli, Rizzi, Verasani, Zia, Lamberti, Di Federico, Lena, Lodi, Nardi, Paulucci, Randi e Schiassi.

La Sala Borsa è troppo piccola - il casus belli è un incontro di pugilato, nel quale i tifosi fanno letteralmente a cazzotti per provare a entrare - e il sindaco Giuseppe Dozza vara il progetto palasport. Nasce così, grazie anche al Coni, il palasport di piazza Azzarita (che nel 1996 sarà intitolato proprio a Dozza), ma i successi restano un lontano ricordo. La Virtus arriva sempre vicino alla vetta. Ma di scudetti e di trofei nemmeno l’ombra.

Si gioca in Piazza Azzarita, si vedono campioni italiani (Dado Lombardi su tutti) e stranieri, Terry Driscoll, ma niente scudetti.

Il primo trofeo, dopo il tricolore del 1956, è la Coppa Italia del 1974. In panchina c’è Dan Peterson, lo straniero è John Fultz. E’ un successo importante perché regala la partecipazione alla Coppa delle Coppe e la Virtus comincia a girare l’Europa con un autentico fenomeno, Tom McMillen.

Il primo scudetto, dopo quello del 1956, è anche l’ultimo che viene assegnato senza i playoff. C’è una poule finale, insieme con Dan Peterson nei panni del coach, ci sono Terry Driscoll, Charlie Caglieris, Massimo Antonelli, Gianni Bertolotti, Gigi Serafini, Marco Bonamico e Piero Valenti.

Il primo approccio con la formula innovativa dei playoff non è dei migliori: due finali, sempre con Varese e altrettante sconfitte.

La Virtus deve cancellare quella scimmia che ha sulle spalle: arriva Kresimir Cosic nel 1978/79 a mettere a posto a tutto. L’altro americano è Owen Wells, in campo Bertolotti, Caglieris e soprattutto il gioiellino che l’avvocato Porelli ha pagato 400 milioni di vecchie lire, Renato Villalta. In panchina, altra intuizione dell’avvocato, Terry Driscoll. La squadra ottiene il bis nel 1980: l’altro straniero è Jim McMillian e comincia a farsi largo Pietro Generali. Nel 1979 l’avversario battuto è Milano (2-0), nel 1980 Cantù (stesso punteggio).

Gli scudetti sono 9, comincia a crescere l’attesa per il decimo che significherebbe cucirsi sulla maglia l’agognata stella. Che arriva sempre a Milano (2-1 sull’Olimpia di Dan Peterson) grazie a un gruppo che in panchina ha Alberto Bucci (il vice è un giovane Ettore Messina). Gli stranieri sono Elvis Rolle e Jan Van Breda Kolff, il capitano è Renato Villalta, le stelle Marco Bonamico e Roberto Brunamonti, il collante con il passato Piero Valenti, la guardia d’assalto Domenico Fantin, i giovani Augusto Binelli, Alessandro Daniele e Matteo Lanza.

Nove anni senza scudetti. Anche se, nel 1990, ecco il primo trofeo internazionale, la Coppa delle Coppe con Sugar Richardson e Clemon Johnson, Roberto Brunamonti e Vittorio Gallinari (il padre di Danilo) e ci sono anche alcune coppe Italia.

Per lo scudetto bisogna aspettare fino al 1993. In finale la Virtus stende i campioni in carica di Treviso, 3-0 (in panchina per i veneti Pero Skansi). La stella è Sasha Danilovic, poi ci sono Billone Wennington, capitan Roberto Brunamonti, Claudio Coldebella, Augusto Binelli, Flavio Carera, Paolino Moretti e Riccardo Morandotti.

Lo stesso gruppo concede il bis nel 1994: 3-2 alla Scavolini Pesaro di Valerio Bianchini e Carlton Myers. L’altro americano è Russell Schoene che prende il posto di Cliff Levingston che a sua volta era subentrato a Wennington, che vincerà nella Nba con i Chicago Bulls di Michael Jordan. E in panchina nel frattempo è tornato Alberto Bucci.

Danilovic chiude nel 1995 la sua prima esperienza in Italia calando il tris, prima di volare nella Nba. La vittima preferita, 3-0, è sempre Treviso. L’altro straniero è Joe Binion, comincia a muovere i primi passi in bianconero Alessandro Abbio.

Lo scudetto numero 13 - il primo a Casalecchio in quell’impianto che in quel momento è il PalaMalaguti - si materializza il 31 maggio 1998 all’insegna dei ritorni. Roberto Brunamonti è diventato vice presidente del club (il numero uno è Alfredo Cazzola, il presidente più vincente di tutti i tempi): ci sono Ettore Messina e Sasha Danilovic. E ancora Rascio Nesterovic, Alessandro Frosini, Augusto Binelli (capitano), Zoran Savic, Alessandro Abbio, Hugo Sconochini, Antoine Rigaudeau, Riccardo Morandotti e Claudio Crippa. Il 31 maggio 1998 resta scolpito nei calendari di tutta Bologna: è il giorno del tiro da quattro di Sasha Danilovic, la Virtus batte la Fortitudo 3-2.

Il 19 giugno 2001 l’ultimo trionfo. E’ lo scudetto numero 15, quello che consegna lo scudetto alla storia perché nel corso della stagione quel gruppo conquista anche la Coppa Italia e l’Eurolega, la seconda dopo quella di Barcellona nel 1998. Il tris vale uno storico Grande Slam.

Virtus Bologna, pubblico in festa dopo il 15esimo tricolore (FotoSchicchi)

E’ ancora un derby a sancire il trionfo Virtus, questa volta per 3-0. I protagonisti sono Manu Ginobili e Marko Jaric, Rashard Griffith e Antoine Rigaudeau, Alessandro Abbio e Davide Bonora, Matjaz Smodis, David Andersen e Alessandro Frosini.

E’ una stagione incredibile: quella sera del 19 giugno 2001 tutto il pubblico è in piedi. Ma prima di festeggiare lo scudetto concede una vera e genuina standing ovation al rivale degli ultimi anni, Carlton Myers.

Poi, in questi giorni, un’impresa ancora più grossa. Perché terza al termine della stagione regolare, battuta in Supercoppa, subito fuori in Coppa Italia e fermata in semifinale di EuroCup da Kazan (addio sogni a breve termine di Eurolega) la Virtus sembra la vittima sacrificale di Milano. Poi Aleksandar Djordjevic, il tecnico dell’ultimo successo europeo, la Champions League, tocca le corde giuste.

Milos Teodosic, Marco Belinelli, Stefan Markovic, Julian Gamble, Vince Hunter, Awudu Abass, capitan Pippo Ricci, Amedeo Tessitori (sì, anche il Tex infortunato), capitan Futuro ovvero Alessandro Pajola, Kyle Weems e Josh Adams (sì, pure lui, confinato in panchina ma senza musi lunghi) ribaltano Milano. Ieri era cronaca. Oggi sono già nella storia della V nera. Non male pensando che, proprio in questo 2021, la Sef Virtus, ovvero la casa madre, festeggia i primi 150 anni di vita.