Massimo Popolizio
Massimo Popolizio

Cesena, 21 febbraio 2019 -  Il Riccetto, il Caciotta, Spudorato, Begalone, insieme ad un’altra dozzina di giovani di periferia, sono i ‘Ragazzi di vita’ che il regista Massimo Popolizio porta sul palcoscenico del teatro Bonci di Cesena, da stasera a sabato alle 21, e domenica alle 15.30. Un repertorio di ragazzi e ragazze (queste ultime in numero minore), raccontati da Pier Paolo Pasolini nell’omonimo, celebre e controverso romanzo del 1955 e che il regista e scrittore incontrò non appena stabilitosi nella periferia romana dopo aver lasciato il Friuli, allontanato dall’insegnamento in una scuola media e radiato dal Pci per «indegnità morale». La trasposizione drammaturgica è di Emanuele Trevi. Nel cast, col ruolo di narratore che si interfaccia coi protagonisti e il pubblico, il noto attore Lino Guanciale. 

Massimo Popolizio, lei è attore rinomato (tre premi Ubu, Nastro d’argento, Eschilo d’oro) di teatro, cinema e televisione, e anche doppiatore. Questa sua esperienza cosa aggiunge alla impostazione registica? 
«Oggi non va molto di moda che il regista si interessi di recitazione, piuttosto si occupa di luci, video, coreografie; avendo io fatto l’attore per tanti anni diretto da Ronconi e con i grandi interpreti del passato più recente so rapportarmi all’attore e come aiutarlo nella comunicazione col pubblico. E gli attori me ne sono grati». 
Quale umanità si racconta nello spettacolo? 
«Si rappresentano personaggi che dal libro portano la loro carnalità sulla scena. Quelli di cui si era innamorato Pasolini negli anni ’50: vite furenti, supervitali, ingenue e neppure troppo disperate. La consapevolezza della propria condizione e la disperazione Pasolini le racconterà nel libro successivo, ‘Vita violenta’. Sono corpi dinamici, nudi, in mutande, che piangono, ridono, muoiono, ma la morte è un fatto naturale dell’esistenza. Ragazzi di vita nel senso di vitali, non che vendono la vita. Certo, è una umanità ai margini, quella dei palazzoni, dove regna la povertà materiale, nella quale ci si arrangia rubando, prostituendosi, giocando d’azzardo, si finisce in prigione o si muore precocemente. Un microcosmo sensuale con sprazzi di innocenza».
Questo modo di vivere è rappresentativo delle periferie della grandi città? 
«Non più, o almeno non nell’Occidente di oggi, in termini di ‘purezza’ e ingenuità. Attualmente, le nostre periferie sono teatro di violenza, odio, rancore, segregazione. Questi ‘Ragazzi di vita’ invece, fanno gruppo, passano il tempo in condivisione, cantano le canzoni di Claudio Villa come se le ascoltassero alla radio. Le canzonette di quegli anni sono il fil rouge che lega i vari episodi creati per il palco. Parlano un gergo romanesco, nella sua tipica sonorità espressa in maniera popolaresca esaltata fin quasi all’urlo, per poi trovare una misura più equilibrata».
Che funzione ha la figura del narratore? 
«Lino Guanciale è il narratore che fa parte della scena. Parla in terza persona, ma poi si insinua in prima persona negli episodi narrati secondo un arco temporale. È la voce di Pasolini: come se fosse un falco che sorvola Roma dall’alto, ne percepisce i colori, gli odori, il tempo meteorologico (la pioggia, il caldo, il freddo) e poi arriva in picchiata, fa una ‘zoomata’ sulle situazioni che gli interessano. Non abbiamo cambiato un parola del libro, del gergo, usiamo solo parole di Pasolini».