Cesena, 12 giugno 2018 - Calo netto degli sbarchi, riduzione sensibile dei profughi fino al dimezzamento, lavoro diminuito per le strutture che in questi anni si sono dedicate alla gestione dei mini-hub e dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) in Sprar, acronimo che significa sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati. Anche nel nostro territorio, dove solo due anni fa fa i Comuni più ospitanti guardavano in cagnesco quelli che ancora non avevano accolto migranti, la situazione si è felicemente evoluta. La manovalanza dei profughi, quella contro la quale il ministro dell’Interno ha proferito parole piuttosto energiche, si è ridotta, necessariamente.

Migranti, Salvini chiude i porti italiani. "Aquarius non può attraccare"

«La grande sfida ora è l’accoglienza di secondo livello - osserva l’assessore al welfare del comune di Cesena Simona Benedetti - e quella della riconversione delle strutture qualificate esistenti che fin qui hanno lavorato bene, passando dal governo della prima accoglienza a interventi per favorire l’integrazione e il radicamento dei profughi nel tessuto sociale».

Mario Marchignoli è un operatore della struttura ‘Azzurra dimensione’, che gestisce una casa di accoglienza profughi a Santa Paola nel comune di Roncofreddo. «Ai tempi del picco gli ospitati erano 15, ora sono scesi a 11 – afferma – Ci sono strutture come ad esempio la Madonna della carità, che ha chiuso, non è escluso che altri ne seguano le orme. Proprio in questi giorni la Prefettura di Forlì-Cesena sta studiando un progetto per facilitare la conversione o la semi conversione dei vecchi centri di accoglienza, che andrà a vantaggio non solo dei migranti ma anche e soprattutto dei cittadini residenti perché beneficeranno direttamente di un’inclusione più ordinata, giusta e meritevole. Noi siamo pronti a metterci in gioco: siamo una piccola cooperativa, con due operatori, ma qui tutti gli ospiti hanno passato rigorosi controlli medici ed hanno frequentato a tempo pieno i corsi scolastici di italiano a Cesena».

Giorgio Pollastri coordina una casa della frazione di Bagnile, tra Cesena e Gambettola, gestita dall’associazione Papa Giovanni XXIII, in cui sono ospitati adesso quattro africani e tre pakistani. «Questo è un momento importante perché si evolve il modo di accogliere. Gli sbarchi sono molto diminuiti, ma ci sono richieste iniziative di secondo livello come la comunità d’accoglienza notturna che abbiamo aperto in via Andrea Costa nel comune di Cesena e l’ospitalità a sei profughi in un edificio comunale attiguo al San Biagio». Va detto che risulta come in non poche strutture permangono richiedenti che, pur avendo ottenuto il permesso di soggiorno ma, per dirla papale papale, non sapendo dove sbattere la testa, ricevono ancora ospitalità.

Michele Fanara, portavoce della Croce d’oro, una delle strutture che ha gestito più richiedenti asilo nel Cesenate, non senza frizioni almeno iniziali con il comune di Cesena. «Profughi dimezzati, questo il dato – afferma Fanara – ora ne abbiamo solo 64 in sei strutture, fra cui quella di Macerone dove sono ridotti a 25. La casa di San Carlo è stata invece chiusa. Abbiamo inoltre un appartamento alle Vigne e dei centri di accoglienza a Savignano, Gambettola e San Mauro Pascoli. Stiamo provando a non ridurre i livelli occupazionali dei nostri addetti».

Si stima che in generale gli addetti non volontari delle strutture cesenati – in sostanza i dipendenti veri e propri – siano già diminuiti tra il 20% e il 30%, ma il peggio per molti deve ancora venire se è vero che il ministro Salvini sta parlando di ben altri centri: quelli per il rimpatrio.

Cesena, boom di classi con oltre il 30% di stranieri