Da sinistra, Ricardo Pinela e Andrea Urciuoli in Kuwait
Da sinistra, Ricardo Pinela e Andrea Urciuoli in Kuwait

Ravenna, 3 dicembre 2018 - «Siamo esausti, da giorni siamo chiusi in un appartamento, non sappiamo nulla della nostra sorte, ci sentiamo abbandonati». La voce del cesenate Andrea Urciuoli giunge dal Kuwait spezzata e carica di rabbia. Per lui e per il collega portoghese Ricardo Pinela sono ore d’angoscia. Ieri le autorità kuwaitiane hanno ritirato i loro passaporti: «Ci hanno solo detto che la nostra pratica si chiuderà in tre o quattro giorni».

AGGIORNAMENTO Andrea Urciuoli torna a casa

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Una storia che non sembra avere fine quella di Urciuoli e Pinela, dipendenti della Cooperativa muratori e cementisti di Ravenna, bloccati in Kuwait da mercoledì 21 novembre dalla Polizia locale con l’accusa di aver sottratto un macchinario di lavoro e per non aver pagato il dovuto ai subappaltatori del cantiere. Hanno trascorso una notte in cella, poi sono stati rilasciati. «Domenica sarete di nuovo arrestati»: questo messaggio ricevuto via Whatsapp da un agente di viaggio locale li ha fatti ripiombare nell’angoscia. Per il momento, senza passaporti, non possono allontanarsi dal Paese del Golfo.

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Dietro la loro vicenda personale ci sono le gravi difficoltà della Cmc. Il consiglio di amministrazione del colosso ravennate, dopo l’annuncio che non sarebbe stata pagata la rata in scadenza di due bond, ha deliberato ieri di richiedere al Tribunale di Ravenna l’ammissione della società alla procedura di concordato preventivo «con riserva». La cooperativa lamenta un ritardo di pagamenti per 108 milioni di euro che a sua volta ha generato ritardi nei pagamenti dei dipendenti e dei subappaltatori locali. La messa in stato d’accusa di Urciuoli e Pinela sarebbe dunque una ritorsione delle autorità kuwaitiane pressate dalle aziende locali in contenzioso con Cmc, impegnata nella costruzione di un complesso residenziale. Si parla di mancati pagamenti per 22 milioni di euro. «Ma noi non siamo rappresentanti legali della cooperativa – lamentano i due colleghi – e le accuse contro di noi sono semplicemente assurde».

«La Cmc – spiega un familiare di Urciuoli – ha terminato il contratto in Kuwait richiamando in Italia persone non più necessarie e spostando altra manodopera in altri cantieri. A questo punto Andrea e Ricardo sono stati tenuti prigionieri in ufficio da alcuni operai che esigevano il loro stipendio di ottobre». A questa prima reazione violenta degli operai, sono stati sedati gli animi pagando gli stipendi a circa 289 persone martedì 27 novembre, ma in attesa del pagamento sono stati incendiati gli uffici locali della Cmc. Retribuito ogni singolo dipendente, la Polizia locale ha portato i due in commissariato. «Erano certi che una volta con gli agenti avrebbero potuto ricevere una certificazione degli avvenuti pagamenti ma i sub-appaltatori hanno sequestrato i loro visti e passaporti perché non lasciassero il Paese. Al momento non si sa quando rientreranno in Italia». A questo punto Urciuoli, accusato anche di aver rubato un macchinario di perforazione, ha contattato il suo avvocato chiedendo l’intervento dell’Ambasciata italiana in Kuwait.

Dall’Italia arrivano le rassicurazioni di Cmc. In una nota, scrive che «farà tutto il necessario perché i due dipendenti possano tornare nel più breve tempo possibile». L’accusa, scrive il gruppo, che ringrazia le autorità impegnate nella «rapida risoluzione della vicenda», «sarebbe quella di aver trafugato alcuni macchinari, immediatamente smentita vista la non sussistenza del fatto. Dopo una notte di reclusione, questi sono stati quindi scarcerati ma restano bloccati nel Paese».