La conferenza stampa della Finanza (foto Zani)
La conferenza stampa della Finanza (foto Zani)

Cesena, 26 marzo 2019 - La società era naufragata nel novembre del 2016 con un fallimento decretato dal tribunale di Ravenna a fronte di un passivo stimato in circa 20 milioni di euro maturato nel contesto di un volume di affari di 35 milioni. La Marittima spa (e ancora prima Arimar spa) aveva fino a quel momento commercializzato imbarcazioni a motore e a vela, zattere di salvataggio, motori marini, strumentazione elettronica navale e arredamento nautico. Un colosso di settore con sede a Montaletto di Cervia capace di ottenere appalti anche con la Marina Militare. 


Per il crac, ieri mattina la guardia di Finanza di Ravenna, nell’ambito di una operazione battezzata ‘Arca di Noè’, ha arrestato presidente e vicepresidente della fallita spa: si tratta di marito e moglie, Pietro Francisconi e Antonella Casadei, entrambi di 60 anni, residenti a Montiano, ma da molti anni attivi a Montaletto e di ritorno da un recente viaggio in Tunisia. I due, difesi dall’avvocato Nino Ruffini, si trovano ora nel carcere di Forlì in attesa dell’interrogatorio di garanzia.


La misura restrittiva è stata emessa dal gip Corrado Schiaretti per il pericolo di reiterazione del reato su richiesta del pm Daniele Barberini titolare del fascicolo. Due i reati contestati: la bancarotta fraudolenta (tentata e consumata) e l’omesso versamento di ritenute fiscali. In particolare secondo le verifiche del nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, in totale dalla società tra il 2013 e il 2015, erano stati distratti circa 10 milioni di euro: una «sistematica opera di spoliazione del patrimonio», secondo le Fiamme Gialle, messa in piedi grazie anche a una società tunisina ricondotta ai due arrestati.


«Una sorta di cassaforte famigliare – ha spiegato il colonnello Andrea Fiducia, comandante provinciale della Finanza – in un Paese dove accertare i fatti dall’Italia è più complicato».
E proprio da una verifica fiscale avviata un paio di anni fa, erano emerse singolarità, poi diventate contestazioni di condotte fraudolente, legate appunto allo scenario tunisino. In buona sostanza marito e moglie avrebbero agito per delocalizzare risorse finanziarie verso l’impresa tunisina attraverso il pagamento di prestazioni per lavorazioni su scafi non adeguatamente documentate e prive di valide ragioni economiche. E subito dopo la verifica, i vertici societari avevano presentato domanda di ammissione al concordato preventivo, poi respinta dal tribunale di Ravenna. «Lo scopo – ha sottolineato Fiducia – era evitare il fallimento e quindi le conseguenti indagini per bancarotta». Nella lista stilata dagli inquirenti figurano pagamenti per lavori su barche mai eseguiti, acquisizione di partecipazioni della società estera, dal valore quasi nullo, per circa 3 milioni e 200 mila euro, nonché l’annullamento di un credito commerciale per oltre 4 milioni di euro.