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di PAOLO MORELLI

CI SONO due inchieste penali condotte dalla Procura della Repubblica di Forlì su Banca Romagna Cooperativa, istituto di credito che da un anno e mezzo non esiste più anche se le insegne sono rimaste al loro posto nelle filiali e nella sede della direzione territoriale nella torre tonda del centro commerciale Montefiore. Banca Sviluppo, la spa del movimento del credito cooperativo che ha rilevato l’attività bancaria di Brc con l’obiettivo di traghettarla verso uno ‘spacchettamento’ degli sportelli tra le banche di credito cooperativo del territorio romagnolo.

LA PRIMA inchiesta riguarda la gestione di Banca Romagna Cooperativa dal 2008, quando nacque dalla fusione delle Bcc Romagna Centro e Macerone, all’inizio del 2014, quando fu commissariata dalla Banca d’Italia. I reati ipotizzati sono false comunicazioni sociali e ostacolo alla vigilanza della Banca d’Italia a carico dei due presidenti che si sono succeduti al vertice dell’istituto di credito, Luigi Mondardini e Nazario Sintini, ma è probabile che alla conclusione delle indagini della Guardia di Finanza, che nel dicembre 2014 acquisì copiosa documentazione presso la sede di Brc, l’elenco degli indagati si allunghi includendo tutti i componenti degli organi di vertice della banca.

LA SECONDA inchiesta della procura della Repubblica è più recente ed è nata da un esposto presentato dai sindacati Fabi e Uilca in relazione al passaggio di quasi tutti i dipendenti da Banca Romagna Cooperativa a Banca Sviluppo sulla base di un accordo siglato dai sindacati di categoria aderenti a Cgil e Cisl che rappresentavano la maggioranza dei quasi duecento dipendenti si Brc.

LA PROCURA ha acquisito e sta valutando la documentazione riguardante due passaggi fondamentali: la cessione (per la somma simbolica di un euro) delle attività e passività della banca, già depurata dei crediti in sofferenza che ammontavano a 390 milioni, e con il costo del personale ridotto di oltre il 20%, da parte di Alessandro Leproux, liquidatore di Banca Romagna Cooperativa, a Banca Sviluppo, e la cessione avvenuta 45 minuti dopo dei crediti in sofferenza (depurati delle somme già accantonate), dallo stesso liquidatore al Fondo di garanzia dei depositanti del Credito Cooperativo con una valutazione che sarebbe pari al 5% del loro valore nominale. Si tratta di una percentuale assai inferiore a quella adottata in casi analoghi: per esempio nel caso delle quattro banche ‘salvate’ a fine 2015 dal Governo Renzi, i crediti in sofferenza sono stati ceduti al 18% del valore nominale.

QUESTE operazioni sono state effettuate in rapida successione il 17 luglio 2015 presso lo studio di un notaio di Monselice, in provincia di Padova, e la procura della Repubblica sta cercando di verificare se siano stati rispettati i diritti degli ottomila soci che hanno visto andare in fumo i 16 milioni di euro del capitale sociale.