Chirurgia plastica
Chirurgia plastica

Cesena, 12 giugno 2019 - Prevenzione, diagnosi e cura dei tumori delle pelle sono al centro del convegno organizzato da il Resto del Carlino e dal mensile Salus in programma oggi alle 18 alla Biblioteca Malatestiana. Verranno presentati i risultati scientifici dei più recenti convegni internazionali e si parlerà anche di trattamento chirurgico, con un focus sulla ricostruzione plastica nei casi più complessi. Tra gli esperti interverrà Andrea Morellini, chirurgo plastico dell’Unità operativa del Centro Grandi Ustionati dell’ospedale Bufalini.

Andrea Morellini, chirurgo plastico dell’Unità operativa del Centro Grandi Ustionati del B

Dottor Morellini di cosa si occupa il chirurgo plastico?

«Interveniamo nell’ambito del trattamento chirurgico del paziente ustionato e a più largo spettro. Ad esempio, nel trattamento dei tumori cutanei e del melanoma quando è richiesto qualcosa in più sia sotto l’aspetto ricostruttivo sia per per quel che riguarda il danno: pensiamo a un intervento alle palpebre, all’orecchio o al naso. Nella maggior parte dei casi, poi, il chirurgo plastico effettua la ricerca e l’intervento chirurgico sul linfonodo sentinella in caso di melanoma per la verifica della malignità delle cellule. Ancora, posso dire che c’è sempre una sinergia importante con i dermatologi e, in generale, all’interno di tutta l’Area Vasta Romagna per necessità ricostruttive che si presentano quotidianamente in Ortopedia a Cesena, nella Traumatologia, e a Forlì dove si interviene sui sarcomi, dopo la demolizione dei tessuti molli, nella Chirurgia vascolare e Senologica, in Pediatria a Rimini e in Otorino per gli interventi sul volto e il cavo orale».

In questi ambiti sfuma l’idea che la chirurgia plastica abbia a che fare solo con il fattore estetico.

«La chirurgia plastica è una disciplina trasversale nel senso che si occupa di ripristinare la funzione degli organi con un’attenzione all’estetica: si va da interventi semplici per ricostruire la continuità tessutale a operazioni più complesse per ripristinare morfologia e funzione di un organo».

E’ frequente il ricorso alla Banca della Cute?

«Non avviene per i tumori cutanei, ma per la ricostruzione mammaria. Confidiamo di potere arrivare a nuove applicazioni a livello ortopedico perché il derma offre grandi possibilità nelle ricostruzioni complesse, come è avvenuto nell’ambito della Senologia».

Dopo gli interventi di ricostruzione com’è la qualità di vita del paziente?

«La qualità della vita è buona anche se talvolta è necessario un tempo più lungo per arrivare al risultato: ci sono casi in cui non è possibile effettuare un solo intervento chirurgico per ottenere un recupero completo, estetico e funzionale, ma ne sono necessari diversi a partire dal riparo immediato del danno per poi proseguire con il modellamento del lembo e altro ancora».

In questi ultimi anni quali sono state le innovazioni più importanti nel suo campo?

«Una grande innovazione è stata l’avvento del derma omologo (da donatore) e dei sostituti dermici (matrici di derma animale, suino e bovino) che nel giro di qualche settimana, una volta impiantati, fanno sì che si riformi il nostro derma. Si tratta di un’innovazione che ha semplificato la vita del chirurgo e del paziente perché migliora la qualità di moltissime lesioni e si riduce il numero delle ricostruzioni con lembi microchirurgici il che significava, ad esempio, prelevare un’unità tessutale, che poteva essere un muscolo con la pelle, per reimpiantarlo in un’altra zona del corpo ricostruendo la continuità dei vasi. Oggi possiamo contare su una soluzione più semplice per il chirurgo e meno invasiva per il paziente. Un altro cambiamento importante è derivato dalla prevenzione».

In che senso la prevenzione ha cambiato la chirurgia?

«La prevenzione e la diagnosi precoce dei tumori danno la possibilità di intervenire su forme non particolarmente estese con interventi meno demolitivi. Una volta i tumori della pelle erano tipici delle persone anziane, mentre oggi assistiamo all’insorgenza dei tumori in più giovane età, sotto i 30 e i 40 anni, e grazie alla diagnosi precoce talvolta abbiamo la possibilità di intervenire in modo meno invasivo».