Marisa Golinucci mostra una foto della figlia Cristina
Marisa Golinucci mostra una foto della figlia Cristina

Cesena, 27 agosto 2019 - Occhiali grandi, come si portavano allora, e viso acqua e sapone. Cristina Golinucci è un nome, un volto e una storia che tutti i cesenati conoscono, anche quelli nati dopo la sua scomparsa e il motivo è la sua enigmatica sparizione che ha generato anche libri e tesi di laurea. È il primo settembre 1992, Cristina ha solo ventuno anni e uscendo di casa saluta sua madre, Marisa Degli Angeli, che le risponde distrattamente, con la certezza di rivederla la sera, per andare insieme alla festa del millenario di Ronta. Ma Cristina a casa non fa più ritorno. 
Marisa, che ragazza era la sua Cristina? 
«Era molto allegra, tranquilla e soprattutto attiva nel volontariato». 
Cosa ricorda di quel primo settembre di 27 anni fa? 
«Ricordo che mia figlia telefonò a padre Lino Ruscelli verso le 13,30 per incontrarlo alle 14,30». 
Dopo che è successo? 
«Lei è uscita di casa alle due meno cinque e mi ha detto che ci saremmo riviste la sera per andare insieme alla festa della nostra frazione, Ronta. Mentre ero in casa che facevo dei lavori, alle 14,20 improvvisamente tutto iniziò a scivolarmi dalle mani, come se fossero diventate di burro. Era lei che chiedeva il mio aiuto, l’ho capito solo più tardi». 
Quando ha iniziato a preoccuparsi? 
«Verso le 19. Mi sembrava strano che a quell’ora non avesse ancora fatto ritorno e sono andata con mio genero a cercarla al Convento, dove io non ero mai stata. Da un primo veloce sopralluogo non abbiamo nemmeno visto l’auto parcheggiata, poi c’è tornato un amico e si è accorto della Cinquecento azzurra parcheggiata nel piazzale, chiusa a chiave con all’interno alcuni libri». 
Sua figlia era solita frequentare il colle Garampo? 
«Sì, ci andava con un’amica tutti i sabati sera per pregare da quando aveva 16 anni. Padre Lino l’ho conosciuto dai suoi racconti». 
È riuscita a parlare con lui quella sera? 
«No, alle 22 sono tornata dai Cappuccini, ma c’era padre Renato che mi ha riferito che don Lino era fuori sede in quel momento e che il pomeriggio aveva aspettato Cristina fino alle 15, ma lei non si era fatta viva». 
La denuncia di scomparsa è partita subito? 
«Io e mio marito abbiamo chiamato i carabinieri, ma ci dicevano che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Probabilmente si trattava di una scappatella e sarebbe tornata il giorno dopo. Sono trascorsi 27 anni e la mia Cristina non è ancora tornata». 
Si aspettava di più dagli inquirenti? 
«Mi aspettavo soprattutto collaborazione e ascolto. Ci sono segnalazioni anonime, e una confessione, eppure le ricerche si sono mosse in ritardo e sono ferme dal 2010 quando il Convento è stato scandagliato con i georadar». 
Veniamo alla confessione di Emanuel Boke, arrestato nel ‘94 per aver stuprato una ragazza. 
«Boke era un immigrato che nei primi anni ‘90 alloggiava al Convento. Una volta in prigione per violenza sessuale, quando padre Lino lo andò a trovare confessò di aver ucciso Cristina. Salvo poi rimangiarsi tutto. Dopo quattro anni venne scarcerato per buona condotta. A oggi, nonostante le ricerche fatte, non si sa dove si trovi». 
Un mese dopo la scomparsa di Cristina a Cesena sparisce anche Chiara Bolognesi, 18 anni. 
«Sì, e il nostro parroco di allora ricevette dopo poco una telefonata anonima. Qualcuno diceva che il cadavere di Chiara era nel Savio mentre Cristina nel Tevere, a Roma. Effettivamente il corpo della diciottenne venne ritrovato nel fiume e si parlò di suicidio». 
Secondo lei dove si trova sua figlia? 
«Può essere dappertutto. Per me il mostro è e rimarrà sempre Emanuel Boke, che l’ha aspettata, fatta fuori e portata via, forse davvero a Roma». 
Cosa si può fare per aiutarla nel suo percorso verso la verità? 
«Tenere alta l’attenzione, perché ci dev’essere qualcuno che sa. Intanto domenica alle 10 a Ronta si terrà una messa in suo ricordo». 
In questi 27 anni lei ha subito diversi lutti (figlia, padre, marito, genero, fratello), come è riuscita ad andare avanti? 
«Tra poco compio 73 anni, mi sto avvilendo e il fisico cede. A luglio sono stata in terapia intensiva perché mi sono trascurata troppo per dare una mano all’Associazione Penelope, che dà sostegno ai parenti degli scomparsi. Però non perdo la tenacia che divido tra l’altra mia figlia, Stefania e i suoi figli, e la verità per Cristina. Vado avanti così, con il dolore nel cuore e il sorriso sulle labbra».