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27 apr 2022

Emma Dante al Bonci con la Cenerentola 2.0

Domani e venerdì ’Anastasia, Genoveffa e Cenerentola’ in chiave moderna. La ’sguattera’ più famosa mette in risalto i tratti caratteriali dei protagonisti

raffaella candoli
Cronaca
Cenerentola e le sorellastre in ’Anastasia, Genoveffa e Cenerentola’
Cenerentola e le sorellastre in ’Anastasia, Genoveffa e Cenerentola’
Cenerentola e le sorellastre in ’Anastasia, Genoveffa e Cenerentola’

di Raffaella Candoli

La trilogia personale che Ert e il teatro Bonci hanno riservato alla regista e interprete Emma Dante, si conclude con lo spettacolo ’Anastasia, Genoveffa e Cenerentola’, in scena domani e venerdì alle 10, per il calendario ragazzi e venerdì alle 17.30, nell’ambito del teatro per famiglie e bambini. Dopo la prima assoluta del nuovo lavoro ’Scarpette rotte’, seguìto da ’Gli alti e bassi di Biancaneve’, Emma Dante affronta ancora una volta in modo personale le figure iconiche della fiaba di Cenerentola, nella versione più recente giunta a noi, rispetto a quella originale di Perrault. La rivisitazione di Dante vuole che Cenerentola sia trattata da sguattera nella casa dove vive con la matrigna e le due sorellastre, le quali - e qui sta la particolare sottolineatura caratteriale delle protagoniste -, nel privato sono sciatte, trasandate e comunicano tra loro in dialetto usando toni particolarmente accesi, diversamente da come appaiono all’esterno, a contatto con l’alta società e gli ambienti aristocratici. Cenerentola invece è fedele a se stessa e fa uso del medesimo linguaggio "proprio perché - spiega la regista - non ha niente da nascondere: la sua disperazione è alla luce del giorno e la sua indole è nobile e gentile, sia dentro casa che fuori". E, anche il principe ha una sua lingua privata, quella che permettere di esprimere una franchezza di opinioni che non sono ammesse in pubblico. "La fiaba ha due morali – spiega Emma Dante nelle note di regia -. La prima è che bisogna essere la stessa persona sia dentro che fuori dalle mura di casa, con una coerenza costante e duratura, senza vergogna delle proprie radici e della propria identità. La seconda, che i cattivi non devono diventare eroi né tantomeno possono rimanere impuniti". In scena, questa dualità di comportamenti in base ai luoghi è rappresentata da un paravento che definisce dove si svolge l’azione: ciò che non si vede è magico, ciò che è alla portata degli occhi è invece reale. "La fiaba a teatro – ritiene Dante – è un racconto che diventa vivo. I personaggi hanno una loro fisicità e caratteristiche caratteriali, incarnando il bene e il male. La narrazione è educativa e si conclude con un insegnamento. È sbagliato edulcorare le fiabe, come nei secoli si è fatto. Bambine e bambini devono capire che ogni azione ha una conseguenza; e anche il perdono, in caso di errore, va conquistato". La drammaturga ritiene più interessante sviluppare e stimolare la fantasia dei bambini: "La bacchetta magica della fata – conferma-, non è potente quando trasforma la zucca in carrozza, ma quando ristabilisce la giustizia e aiuta l’amore a germogliare. La stessa cosa vale per il linguaggio: le parole dialettali, soprattutto di un altro dialetto, sono più misteriose, incomprensibili ma accattivanti nella danza e nel canto delle vocali. I bambini sanno lasciarsi andare all’esercizio della fantasia e bisogna aiutarli a praticarlo".

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