RAFFAELLA CANDOLI
Cronaca

Lucia Mascino e il dilemma del ‘Sen(n)o’

L’attrice in scena stasera a Mercato Saraceno con un monologo ispirato a un fatto di cronaca.

Lucia Mascino e il dilemma del ‘Sen(n)o’

Lucia Mascino e il dilemma del ‘Sen(n)o’

Stasera alle 21, al teatro Dolcini di Mercato Saraceno, al debutto in anteprima nazionale, è di scena l’attrice Lucia Mascino con il monologo "Il Sen(n)o". Il testo, opera prima dell’attrice anglosassone Monica Dolan, tradotto da Monica Capuani, per la regia di Serena Sinigaglia e prodotto dal Centro d’Arte contemporanea Teatro Carcano, vede l’attrice – nota al pubblico televisivo per essere la bella, ma ruvida commissaria Fusco ne "I delitti del BarLume" – psicoterapeuta incaricata da un tribunale di valutare il comportamento di una madre che ha consentito alla figlia minorenne di sottoporsi a un intervento chirurgico per aumentare il volume del seno. Il monologo pone la professionista tra il proprio ruolo pubblico e le sofferenze personali legate proprio all’attesa di una diagnosi senologica che la riguarda.

Lucia Mascino, il titolo è un gioco di parole nel quale è una enne a fare la differenza.

"Non è una traduzione letterale del titolo inglese, che invece fa riferimento alla parola bestia, ma ci è parso più adatto a spiegare l’’oggetto’ della disamina, ovvero il seno femminile che diventa, per un concetto distorto della società, esso stesso icona, emblema della femminilità esasperata che si riconosce in canoni artificiali, deviati, manipolatori dell’immagine e che crea desideri indotti, tant’è che aumenta il numero delle donne che si sottopone alla mastoplastica. Dunque senza ragionare siamo tutti vittima di una immagine unica della donna ‘ideale’".

Nello spettacolo che ruolo ha il suo personaggio di psicoterapeuta?

"Tessa, psicoterapeuta di ventennale esperienza, deve consegnare ad un giudice una relazione sui comportamenti della madre di un’adolescente cui ha consentito l’intervento chirurgico al seno. La fiction scritta nel 2018, quindi un testo attuale per i contenuti, fa probabilmente riferimento ad un fatto di cronaca accaduto in Inghilterra, ma è certamente più universale e aderente alla realtà per via di una sessualizzazione precoce delle ragazze nel mondo occidentale e pone la professionista davanti al dilemma della valutazione di un singolo, quando è così diffusa l’immagine stereotipata di modelli di marketing deviato del prototipo femminile che si formano già dall’infanzia".

Un altro aspetto turba la psicoterapeuta, più personale.

"Tessa ha un dramma personale interiore, perché lei stessa è in attesa di una valutazione, una diagnosi medica. Il percorso emotivo di questa dottoressa ha affascinato me e la regista, perché quando si è più vulnerabili, fragili, maggiormente risuona la nostra sensibilità. Nel corso dello spettacolo la dottoressa coinvolge il pubblico, condivide il suo stato emotivo, come fosse lei la paziente sottoposta a seduta psicoterapeutica, quando è normalmente abituata al contrario".

Nell’ambiente attoriale che valore si dà ai canoni estetici?

"In Italia tantissimo. Non si accetta la bruttezza femminile rispetto alla bravura, mentre l’attore uomo, pur non bello viene definito affascinante. L’attrice risponde a due canoni: o emana armonia, pazienza e accoglienza come una moglie, sennò deve essere provocante, accendere reazioni: labbra carnose e volumi. Una cosa inaccettabile per me, geneticamente femminista. Se reciti bene diventi bello".