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10 apr 2022

Quei chierichetti tra fumetti e ghiaccioli

I bambini che servivano messa negli anni ’50 spesso ricevevano una moneta da 500 lire: per loro valeva come un dollaro d’argento

gabriele papi
Cronaca
’Ite missa est’, dipinto di Alessandro Bagioli, Cesena, 1907
’Ite missa est’, dipinto di Alessandro Bagioli, Cesena, 1907
’Ite missa est’, dipinto di Alessandro Bagioli, Cesena, 1907

di Gabriele Papi

Chierichetti e vin santo. Ci sta a pennello questo bel quadro di Alessandro Bagioli, “Ite missa est”, con il chierichetto che scende dall’altare a Messa finita con il messale sotto braccio, ma bevendo dall’ampollina il vin santo. Il concittadino Bagioli (1879-1965) fu buon pittore, scenografo e fotografo. Dobbiamo la riproduzione del dipinto alla gentilezza della nipote Sandra Bagioli, custode amorosa di Casa Bagioli, in via Montalti: la cosiddetta casa del leone, anche se fu un cagnone tosato con criniera da leone- stile romagnol beffardo- quello che campeggia sul grande portone. Ma non si aspettino i lettori una recensione d’arte: non è il nostro mestiere. Tema odierno, si diceva, chierichetti e vin santo. Fu in origine il vino sociale per la Messa. Vecchi testi ci raccontano la sua storia. Era il risultato di bei grappoli d’una matura messi a essiccare dopo la vendemmia sotto la grondaia, a prendere l’ultimo sole d’ottobre. Terminato l’appassimento, l’uva veniva pigiata con i piedi (dopo drastici lavaggi) e il mosto versato in un piccolo tino usato solo per il vin santo: tino poi chiuso con un coperchio e sigillato con malta di gesso per rallentare al massimo la fermentazione. A fine ciclo si otteneva una bevanda dal bouquet delicato, 1213 gradi, colore bronzo dorato. Vino da ricchi, ma omaggiato ai parroci. I vini bianchi per la Messa dovevano essere puri, “naturali de genuine vite” (prescrizione del canone 815 dell’antico Codice Iuris Canonicis). Poteva capitare che il vino tendesse all’aceto: a volte i lieviti naturali fanno scherzi da prete. Dunque, nel 1887, il Sant’Ufficio diede il permesso di pastorizzare, fino a 60°. il vin santo.

Ed eccoci al “cerghin” (chierichetto, in dialetto), bella esperienza che anche noi facemmo da bambini, fine anni 50 primi 60. Tonaca nera con una sfilza di bottoncini rossi, stola bianca, un preciso rituale da seguire per servire Messa, il campanellino da suonare durante l’Elevazione. Uno dei compiti del chierichetto di turno era versare il vin santo nel calice dell’officiante. Allora la Messa era ancora in latino: rispondevamo alla sequenza di preghiere leggendo il messalino. Mica sapevamo il latino: tuttavia eravamo colpiti dalla musicalità dell’antica lingua, madre dell’italiano (chi dice che latino e greco non servano ancora oggi è, con rispetto parlando, un “pataca”). Capitava anche di dover fare l’accompagno funebre a piedi, verso il Camposanto: allora il traffico non era nevrotico come quello odierno, al passaggio del corteo funebre le donne si facevano il segno della croce, gli uomini si toglievano il cappello: grande segno di civiltà. Era un impegno che i chierichetti affrontavano volentieri. Alla fine delle esequie, quasi sempre, un parente del defunto ci allungava una moneta da 500 lire. Per noi allora lettori di Capitan Miki e Blek Macigno era come un dollaro d’argento. La possibilità, senza dover chiedere i soldini ai genitori o alle benefiche zie, di poter acquistare più fumetti e più ghiaccioli. Sempre con la speranza dopo aver “slurpato” il ghiacciolo di trovare sullo stecco la scritta: fortunato. Significava vincere un altro ghiacciolo, gratis. Doppio gusto: che goduria.

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