ELIDE GIORDANI
Cronaca

"Violenza giovanile? Proviamo con i trapper"

Tommaso Balbi, psicologo dell’età evolutiva e animatore dello sportello d’ascolto nelle scuole cesenati commenta le misure del governo dopo Caivano

Nel tondo Tommaso Balbi, psicologo dell’età evolutiva
Nel tondo Tommaso Balbi, psicologo dell’età evolutiva

Cesena, 10 settembre 2023 – Non è allarme, ma capita anche nella nostra area, soprattutto in zona costiera, che ci siano fatti riconducibili alla violenza giovanile. Giovani in gruppo che destano inquietudine ce ne sono anche in città. Si guarda dunque con interesse alla stretta rappresentata dal Decreto Legge che parte da Caivano, l’interland napoletano assurto a simbolo della criminalità minorile, per lanciare "Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile". Tra le ipotesi è circolata anche quella di abbassare la soglia dell’impunibilità da 14 a 12 anni. Ma, anche se pare improbabile che passi, non andrà impunita l’azione grave del ragazzino, che comunque verrà ammonito dal questore.

Tommaso Balbi, psicologo dell’età evolutiva ed animatore dello sportello d’ascolto nelle scuole del Cesenate, come la vede la responsabilizzazione penale dei ragazzini?

"Si può anche pensare ad un inasprimento delle pene ma non ad abbassare l’età punibile. Il problema principale è l’esigenza di un lavoro più profondo nel senso dell’educazione affettiva. I sentimenti vengono insegnati ed allenati. Spesso i ragazzi violenti escono da famiglie con un profondo disagio e i figli non hanno alternative".

Come possono incidere le punizioni in ragazzi così giovani?

"La punizione ci vuole, può portare alla responsabilità e alla presa di coscienza, ma deve essere accompagnata da un momento parallelo di introspezione. La punizione fine a se stessa purtroppo non ha effetti. Peraltro se non ci fosse pena sarebbe poi contraddittorio accusare i genitori di derogare al loro compito".

La partecipazione dei giovanissimi ad azioni violente significa che nei fatti la maggiore età si è abbassata? A 14 anni si è già responsabili delle proprie azioni?

"Quattro anni rappresentano un gap significativo. A 14 anni, però, un ragazzo può prendere coscienza delle proprie azioni, soprattutto se accompagnato in un processo di introspezione. Certo, la capacità introspettiva è maggiore nei 18enni. Quattordici anni è un’età ancora molto fragile, il rischio di identificazione in modelli negativi è alto".

A chi spetta guidare i ragazzi violenti in questo percorso?

"La prevenzione si potrebbe attuare attraverso la scuola, fornendo modelli positivi, incontri con chi rappresenta il loro mondo anche in forma creativa".

Per esempio?

"I cantanti… I trapper sono i nuovi poeti urbani dei giovani. Attraverso le canzoni che apprezzano e le frasi che sentono vicine al loro sentire i ragazzi parlano di sé e delle loro pulsioni".

E i genitori? Per chi non manda i figli a scuola c’è addirittura il carcere.

"Questione delicatissima. Ci sono situazioni in cui anche i genitori non possono essere responsabilizzati, come nel caso di disturbi emotivi. Il provvedimento va riservato ai casi di evidente incuria genitoriale".

Quando entra in gioco il terapeuta?

"Sia nel momento preventivo che di presa di coscienza. Il terapeuta li avvicina senza giudicarli, altrimenti giocano in difesa. Si crea così quel legame che porta al processo di presa di coscienza. Hanno tanti dubbi, tante domande. Nei confronti della violenza mostrano sentimenti di paura ma pure di fascinazione, poiché è lo strumento per prevalere, anche nei confronti dell’altro sesso".

Evitare l’uso del cellulare per i minori sotto osservazione?

"E’ un provvedimento senza molto senso, in realtà i ragazzi andrebbero accompagnati all’uso del cellulare".

Certe fiction come il tanto citato "Mare fuori" possono indurre cattivi comportamenti?

"C’è il rischio che ragazzi che vivono in situazioni devianti si possano identificare nei modelli negativi ma nella serie gli educatori mostrano un forte impegno per indurre la coscienza delle azioni negative compiute dai ragazzi che finiscono in carcere. Quello è l’aspetto fondamentale, portare alla riflessione. Rendere sfaccettato il personaggio del bullo, che mostra le sue ambivalenze, è l’aspetto positivo e il vaccino contro l’identificazione".