Jovanotti e Mariangela Gualtieri al teatro Bonci (foto Ravaglia)
Jovanotti e Mariangela Gualtieri al teatro Bonci (foto Ravaglia)

Cesena, 9 ottobre 2018 - Si comincia dalla fine con Lorenzo Jovanotti e Mariangela Gualtieri che sul palco del Teatro Bonci di Cesena conversano nell’anteprima della rassegna ‘Ciò che ci rende umani’ curata dalla stessa poetessa. ‘Grazie per la bellezza delle parole, natura astratta di Dio’ riflette Gualtieri recitando la sua opera, ispirata al Cantico delle Creature di San Francesco. ‘Perché la parola è l’unico marchio di fabbrica umano’.

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«L’essenza più alta della parola è la poesia – rincara Jovanotti, che va a ruota libera passando da intervistato a intervistatore, giocando coi ruoli, impugnando la chitarra e poi emozionandosi davanti alla recitazione di chi lo accompagna sul palco -. La poesia ha la forza di un propulsore che la mette in una posizione di estrema libertà, ma allo stesso tempo di rigore profondo. E’ la cosa più importante che c’è, perché grazie a quella entri in contatto con la Creazione». E allora, in tema di emozioni che toccano lo spirito, entrambi aprono i cassetti più intimi dei ricordi. 

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Comincia Gualtieri: «Le prime poesie le ho scritte a sette anni, poi un’amica della mia sorella maggiore le vide, mi disse che erano stupidaggini e da allora smisi di comporle, sbagliando, ovviamente, perché i bambini sono tutti poeti. Ho ripreso a quarant’anni». Jovanotti replica: «Se parliamo degli anni che furono, non ricordo niente di quello che ho imparato a scuola, ma ricordo tutto delle persone che ho conosciuto. Come quel professore che organizzò una serata futurista alla quale, insieme ai miei compagni, lavorai per mesi. Per me fu una svolta, mi innamorai della parola come suono. Anche oggi è così, perché per me è nel suono che sta il significato vero delle parole. Da lì arriva la musica, il ritmo. Anche per questo sono affascinato da te, che non utilizzi la metrica». Lei sorride e lui va alla chitarra, cantando la sua ‘Giuramenti’.

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Applausi, poi l’ammissione: «Ora mi sento perduto e questa sensazione è meravigliosa, perché per poterti orientare devi per prima cosa essere disorientato. Mariangela, ti piace la rima?». «Sì». «Però non la frequenti…». «Ho scritto qualcosa in rima e ora sto imparando tutto Pascoli a memoria». «A me piace Manzoni. La Pentecoste, in particolare. Lo dissi anche ai miei compagni di scuola: ‘Ragazzi, questa è una figata’. Non mi capirono…».

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Gualtieri passa a Dante, Cherubini replica con l’aneddoto: «Sapevate che veniva a cavallo a Bertinoro?». Stupore generale. «Ma sì, pensateci, abitava a Ravenna, il cavallo era l’utilitaria dei suoi tempi, veniva a fare un passeggiata per rilassarsi. Ci sta».

Passa un’ora e il sipario si deve abbassare, perché come dice Jovanotti, le cose non troppo lunghe sono più belle, perché ti viene voglia di risentirle. Come le canzoni. O come le poesie di Mariangela Gualtieri, che chiude con ‘Bello Mondo’, tratto dalla raccolta ‘Le giovani parole’ che poi sarebbe il ‘Grazie’ che San Francesco rivolge a Dio. O come i testi di Jovanotti, che va a ruota con ‘ragazzini per strada’, mentre il Bonci si alza ad applaudire: «Grazie. Che belli i teatri, quasi quasi mi viene voglia di tornarci».