Maddalena Mattetti, ottant’anni, è la sorella di Gabriele, il metronotte ucciso nel '74
Maddalena Mattetti, ottant’anni, è la sorella di Gabriele, il metronotte ucciso nel '74

Civitanova Marche, 13 novembre 2019 -  «Vergogna, vergogna, vergogna». Lo ripete tre volte Maddalena Mattetti, a voce alta, come se avesse davanti a sé i giudici che hanno concesso il permesso premio all’ergastolano Antonio Cianci che nell’ottobre del 1974 a Segrate le ammazzò il fratello Gabriele, metronotte, originario di Porto San Giorgio. Lo avvicinò chiedendogli l’ora e sparò tre colpi di pistola senza attendere la risposta. Sabato scorso, mentre era fuori dal carcere, ha accoltellato un anziano al San Raffaele di Milano, ferendolo gravemente. Un fatto che ha creato parecchio scalpore. Maddalena ha ottanta anni, vive a Civitanova e in questi giorni è ripiombata nell’atmosfera cupa e dolorosa di 45 anni fa.

Come ha saputo che l’assassino di suo fratello e poi di tre carabinieri, condannato all’ergastolo, era uscito dal carcere?
«Il suo nome è tornato nella mia vita domenica mattina. È stata mia figlia a telefonarmi. Sono rimasta paralizzata. È stato come rivivere la tragedia per la terza volta. Questa bestia aveva solo 15 anni quando uccise mio fratello. Giovanissimo e già un assassino, ma in quanto minorenne scontò due anni di riformatorio e tornato libero ammazzò tre carabinieri. Dopo la cattura venne condannato all’ergastolo. Per me era un discorso chiuso. Invece scopro che gli hanno dato un permesso premio e che ha accoltellato un anziano. Ho una enorme rabbia dentro di me. Vorrei che il mio sdegno arrivasse ai giudici».

Chi era suo fratello?
«Gabriele aveva 29 anni, il più piccolo di cinque figli. Noi siamo originari di Porto San Giorgio. Si trasferì a Milano perché non trovava lavoro. Rispose a un’inserzione e venne assunto come metronotte in una fabbrica di Segrate. Il 17 ottobre del 1974 era di ronda e la sua società non lo aveva ancora dotato di un’arma. Era un ragazzo dolcissimo, viveva a Milano da soli sei mesi ed era felice del lavoro trovato».

Di Antonio Cianci aveva più sentito parlare?
«Dopo l’assassinio di Gabriele e dopo lo strazio vissuto in tribunale, durante le udienze del procesa cui ho assistito, ci siamo che schiusi nel dolore. Poi la notizia o aveva ammazzato ancora, tre carabinieri che lo avevano fermato. La sua condanna all’ergastolo non fu una liberazione. Il dolore ti accompagna ogni giorno, ma trovi un senso di pace perché pensi sia stata fatta giustizia. E invece, 45 anni dopo, il suo nome ritorna e devasta le nostre vite. Mi chiedo, se questo caso avesse toccato la vita dei giudici come avrebbero agito?».

Cianci oggi ha 60 anni, 40 passati in carcere e adesso un altro processo per tentato omicidio. Cosa si augura per lui?
«Di lui non voglio parlare. Voglio parlare ai giudici, voglio che a loro arrivi il mio sdegno. Ma si può dare un permesso premio a uno con quattro omicidi sulle spalle, che appena mette piede fuori dal carcere accoltella un anziano per portargli via pochi soldi? È giustizia questa? Hanno valutato che era cambiato? Eccome no, lo abbiamo visto. Ma c’è un’altra cosa che mi fa rabbia».

Cosa?
«In questi giorni di mio fratello non parla nessuno. Nei giornali, nei programmi tv che hanno dato conto di questo fatto lui è una vittima senza nome. È stato ammazzato come un cane, ma le cronache non riportano né il nome e nemmeno citano il fatto che fosse un metronotte, mentre molto più spazio è stato dato ai carabinieri. Lui resta sullo sfondo, come una vittima di serie B. Per noi familiari è invece un dolore senza fine».