Daniele Centioni
Daniele Centioni

Civitanova, 16 maggio 2017 - Il peggio è passato. Daniele Centioni, l’imprenditore civitanovese di 53 anni che sabato sera nella sua villa è stato raggiunto da un colpo di pisola alla testa esploso da un rapinatore, è uscito ieri dalla terapia intensiva ed è stato trasferito in un altro reparto dell’ospedale regionale di Torrette. Secondo i medici del nosocomio anconetano, che sabato notte lo hanno operato per estrarre le schegge di un proiettile dalla nuca, non è più in pericolo di vita: si è svegliato spontaneamente ha dimostrato una capacità di ripresa che i familiari e gli stessi sanitari hanno definito «eccezionale, miracolosa», anche se la convalescenza sarà lunga.

Disteso sul letto d’ospedale, la testa coperta da bende e cerotti e il volto tumefatto, con a fianco la compagna Paola e il fratello Francesco, Centioni non riesce nemmeno ad aprire gli occhi: per fargli capire che sei là, che lo ascolti, devi stringergli la mano. Lui parla con un filo di voce, si stanca dopo pochi minuti di conversazione, ma vuole dire la sua. «Di questa vicenda dovete scrivere, se ne deve parlare, perché non deve succedere più a nessuno».

Il racconto è agghiacciante: il rapinatore avrebbe sparato alla testa dell’imprenditore non per reagire a un gesto della vittima, ma come in una sorta di esecuzione. Un incubo che chiunque potrebbe ritrovarsi a vivere.

Signor Centioni, cosa ricorda di quella sera?

«Ero appena tornato a casa. Quando sono sceso dall’auto il rapinatore mi è venuto incontro puntandomi la pistola. Mi ha fatto gettare a terra tutti i documenti che avevo con me e, tenendomi la pistola contro la schiena, mi ha spinto verso casa. Aveva sfondato una finestra con un piccone».

Era solo?

«Sì, ero da solo. Non ho potuto vederlo in faccia perché aveva il volto coperto dal casco integrale».

Cosa le diceva?

«Ripeteva ‘figlio di puttana, oro, figlio di puttana, soldi’».

Era italiano?

«No, dall’accento doveva essere romeno o serbo».

L’ha picchiata?

«No, ma mi ha torturato da dietro».

In che senso?

«Mi spingeva con l’arma puntata alla schiena. Sapevo che era una pistola perché me l’aveva mostrata appena sono sceso dall’auto».

Cosa ha pensato?

«Il momento più brutto è stato quando mi ha detto ‘andiamo sul prato’. Gli ho detto ‘io non ce l’ho la cassaforte, non ce l’ho i soldi, non ce l’ho l’oro. Perché dobbiamo andare sul prato?’».

Ha pensato che volesse ucciderla?

«Sì, esattamente. Ed è quello che ha tentato di fare. Scrivete tutto, perché non accada a nessun altro quello che è successo a me».

Cosa chiede?

«Chiedo giustizia, che la giustizia funzioni. Perché nessuno debba vivere quello che sto vivendo io, soprattutto il dolore che sto sentendo ora perché è terribile, veramente terribile».