Bologna, 19 febbraio 2020 - Uno psichiatra, per spiegare in parole povere cosa fosse l’anoressia, utilizzò il concetto di identità. Le vittime di questo male, quando si riconoscono tali, non dicono mai “io soffro di anoressia”, come una qualunque altra patologia, bensì “io sono anoressico”. Il rifiuto del cibo è il riflesso di un male più profondo, un demone che non si riuscirà mai a sconfiggere, ma col quale è possibile convivere, limitandone i danni. Prendere coscienza è il primo passo per gestire responsabilmente l'inconscio, ma il substrato emotivo, dove origina il tutto, né la psicoanalisi, né i farmaci, riusciranno a scalfirlo. Ci vuole tanto amore da parte di chi si ha vicino, sapendo che questa è condizione necessaria per sopravvivere al demone, ma purtroppo non sufficiente, se quella molla non scatta, se una passione ancor più forte dell’impulso di annullarsi, di punirsi per il non sentirsi perfetti, non trova infine il sopravvento.
Marco Lombardi

 

Risponde il condirettore de 'il Resto del Carlino', Beppe Boni

La medicina è importante nella cura dell'anoressia, ma non è tutto. L'affetto e l'amore delle persone che stanno vicino a chi soffre di questo problema sono fondamentali tanto quanto la vera cura. Se vediamo che una  amica o un amico soffrono di un disturbo dell’alimentazione, ma ha difficoltà a superare l'impasse, è importante riuscire a convincerli a prendere più informazioni. E' fondamentale aiutare queste persone a guardarsi dentro più che fuori. Anche se alla fine è loro diritto decidere se curarsi oppure no. Per farlo in modo consapevole è necessario avere più conoscenze sul disturbo alimentare e sui meccanismi che lo regolano. Gli anoressici spesso rifiutano la cura. E allora usare gentilezza, affetto, sensibilità è il segreto per avvicinarsi al dolore spesso celato, di chi  è vittima di un disturbo alimentare. Infatti queste persone si vergognano dei propri comportamenti. Proprio per questo è necessario scegliere un momento privato  attraverso il quale far capire loro che gli stiamo vicino. E che non bisogna vergognarsi se ci si affida uno psicoterapeuta. E' un medico come gli altri.
beppe.boni@ilcarlino.net