Bologna, 29 ottobre 2020 -  Sembra, a prima vista, una organizzazione stracciona e invece è ramificata come un network criminale dal quale anche la mafia più forte, la ‘ndrangheta, ha molto da imparare e molto da temere sul piano della concorrenza. La mafia nigeriana, coperta da un alone di segretezza e mistero, avvolta nei propri riti come una confraternita religiosa, allunga l’ ombra dalla Germania alla Sicilia, passando per la Spagna e conserva in Italia uno dei poli più radicati. Incrocia le proprie sorti anche con l’immigrazione clandestina, un versante sul quale l’ideologia spesso impedisce di valutare il giusto peso delle espressioni delinquenziali.

L’operazione che si snoda tra Ferrara e Torino, dove il capo era un dj afro beat e che ha portato a decine di arresti, conferma lo scenario appena descritto, sottolinea la pericolosità di un sodalizio difficile da permeare perchè chiuso, autoreferenziale, legato soprattutto alla propria etnia. Fa affari con gli altri clan, ma non si lascia inquinare da presenze esterne. La mafia nigeriana è oggi forse meglio strutturata delle organizzazioni camorristiche e mafiose di casa nostra, con massima segretezza del vincolo associativo, riti di affiliazione che si rifanno alle radici degli antici popoli africani, linguaggio e simbologia rigidissimi, violenza estrema delle azioni soprattutto verso chi (pochi) non rispettano le regole.

Le cellule in concorrenza fra loro hanno nomi fantasiosi ed enigmatici: Family light house ok Sicily, Supreme Eye confraternity, Black Axe (la più potente), Viking, Mephite. Gli affari ruotano intorno alla gestione dell’immigrazione clandestina con i capi che agiscono dall’Africa, la prostituzione (importano in Italia decine di ragazze), il narcotraffico diffuso in mezza Europa. In Emilia Romagna e Marche la mafia nigeriana, già spuntata in precedenti inchieste, per lungo tempo a sinistra non è stata presa sul serio sul piano politico. Chi la pensava così deve ricredersi. C’è un silenzio assordante.