Bologna, 26 giugno 2019 - Mentre in Uruguay un boss della mafia calabrese, Rocco Morabito, ci sfugge tra le dita ad una passo dall’estradizione, in Emilia Romagna altri capi clan, con codazzo di gregari, vanno in carcere. E questa è una buona notizia che ne conferma un’altra meno buona e ormai certificata anche da precedenti inchieste: L’Emilia nord, con propaggini in Lombardia, è banca d’affari della ’ndrangheta. A Reggio Emilia, filiale della cosca dei cutresi da oltre vent’anni, le cosche calabresi investono capitali che arrivano dalle operazioni illecite realizzate in gran parte altrove.

Qui aprono aziende edili, discoteche, bar, imprese commerciali grazie anche alla complicità di colletti bianchi che guidano le manovre finanziarie. L’inchiesta che ieri è sfociata in 16 arresti e centinaia di denunciati è il seguito dell’operazione Aemilia, già arrivata a diverse condanne. Al contrario di quanto succede al Sud o in qualche altra grande città, a Reggio e dintorni il clan Grande Aracri ha lavorato più con gli investimenti, false fatturazioni e passaggi bancari che con attività legate al pizzo. Le estorsioni erano legate invece al recupero crediti.

Ogni tanto la famiglia firmava qualche zampata classica da mala organizzata. Come le minacce al portapizze di Boretto che serviva a domicilio clienti di Brescello. Gli hanno spiegato («Ti spariamo») di non invadere il territorio dato che la famiglia Aracri possiede una pizzeria nel paese di Peppone e Don Camillo. Chiaro no? Follow the money, segui il denaro, diceva il giudice Giovanni Falcone. E proprio seguendo i soldi e la geografia delle aziende intestate a prestanome l’inchiesta Aemilia ha avuto il bis di ieri. Le collusioni con la politica sono minime: il presidente del consiglio comunale di Piacenza è indagato per la sua attività alle Dogane.

Briciole rispetto a certe aree ‘inquinate’ in Campania e Calabria. Ma ci sono le piste del denaro con gli affari, gli investimenti, l’economia contaminata. Questa è la strada da esplorare a fondo per scoperchiare gli affari dei clan nel nord Italia. Il «cattivo» del governo, il ministro Matteo Salvini, ha aggiunto disposizioni di prevenzione anti - mafia molto severe nel decreto sicurezza. Pochi hanno applaudito, ma è cosa ben fatta.