Bologna, 18 gennaio 2020 - Scriviamo di un movimento che non c’è più, che sembrava nato libero e selvaggio e ora, nell’evoluzione della specie pare diventato, forse per caso o forse per calcolo, un prodotto omologato. C’erano una volta le Sardine. Si chiamano ancora così, ma ora sembrano mostrare un altro volto.

Scesero in piazza con la presunzione di rappresentare una primavera italiana, spontanea nella campagna elettorale più rovente nella storia dell’Emilia Romagna. Sono rimaste in piazza, ma in breve hanno mutuato difetti e dinamiche dei partiti che dicevano di voler superare accreditandosi come novità della sinistra imbalsamata.

Sono nate a Bologna e credevano di interpretare una nuova Bolognina (la svolta del Pci che diventò Pds). Non è andata proprio così. Ora le Sardine sono sempre vitali, ma meno simpatiche perché meno spontanee. Sbornia da popolarità? Forse. Oppure hanno scoperto le carte e si dimostrano ciò che molti sospettano: sono l’ala movimentista del Pd. Che tentenna, sussurra, ma apprezza. Non ci sono prove, ma molti indizi. Poi le piazze. Cosa nostra, pensano.

La Lega? Ovunque sia Salvini lo contestano con criterio geograficamente scientifico. A Bologna, Crotone, Rimini, Ferrara, oggi a Maranello e in altre parti in un tour con coro di Bella ciao. Se i partigiani che hanno combattuto davvero sentissero sciupare così il loro inno, alle Sardine darebbero il cartellino rosso. A Bibbiano, il paese di Reggio Emilia scosso dall’inchiesta sugli affidi irregolari dei bambini e divenuto uno dei nodi della campagna elettorale, le Sardine contendono la piazza a Matteo Salvini. E dettano le regole come se fossero un partito: se rinuncia lui rinunciamo pure noi. Allora è vero: sono scese con un’astronave da Marte.