Il Parco Naturale della Gola del Furlo ad Acqualagna
Il Parco Naturale della Gola del Furlo ad Acqualagna

Ancona, 20 ottobre 2020 - Chiese, monasteri, antichi borghi, una natura intatta e un’enogastronomia eccellente: è quanto propongono nove Comuni delle Alte Marche uniti dall’abbinamento tra specialità tipiche e bellezze del territorio. I “magnifici nove” Comuni sono Acqualagna, Cagli, Cantiano, Apecchio, Piobbico, Frontone, Sassoferrato, Serra Sant’Abbondio, Arcevia.

Sono piccole realtà vicine fra loro, si può fare base in una e muoverci nell’arco di pochi chilometri per scoprire un lembo di Marche che offre una vacanza all’insegna del gusto e nel pieno rispetto delle normative anti-covid. Infatti sia all’aperto che in ogni locale (negozio, bar, ristorante, museo) troveremo non solo l’obbligo d’indossare la mascherina, ma anche il rigoroso rispetto dei distanziamenti previsti per legge. In musei e castelli l’ingresso è contingentato, pochi alla volta e con la mascherina. Prima di effettuare visite è consigliabile telefonare per verificare gli orari di accesso, che in questo periodo possono subire modifiche. E a proposito di precauzioni anti-covid, proprio per evitare assembramenti è stata rimandata al prossimo anno la 55esima edizione della Fiera Nazionale del Tartufo Bianco di Acqualagna.

Ma, come spiega il sindaco Luca Lisi, non dovremo rinunciare al pregiato Tuber Magnatum Pico: “Fino al 31 dicembre il Tartufo Bianco si può acquistare nei diversi punti vendita e gustare nei ristoranti del territorio”. Interessante, interattivo, è il Museo del Tartufo di Acqualagna: è in Piazza Mattei, visite su prenotazione tel. 3349204001, sito acqualagna.com.


Alle porte di Acqualagna si estende la Riserva Naturale Statale Gola del Furlo, fra i monti Pietralata e Paganuccio, un’ampia spaccatura attraversata dal fiume Candigliano: alzando lo sguardo sulle alte vette, si può scorgere il volo di una famiglia di aquile composta da madre, padre e la giovane figlia. E su uno sperone roccioso del Monte Pietralata, sopra la parete nord della gola, ci sovrasta quel che resta del volto, scolpito nella pietra, di Benito Mussolini. Infatti il Duce nei suoi spostamenti fra Roma e la natia Predappio passava da qui, e si fermava in una locanda, ancora oggi esistente, dove amava gustare piatti al tartufo e pernottare. Per esplorare questa gola ed i monti circostanti ci sono itinerari in bici con pedalata assistita, li propone e noleggia le due ruote Marcheandbike, (info con whatsapp, 3425295769).


Al tartufo si può abbinare la birra. Non una qualsiasi, ma prodotta da uno dei birrifici artigianali della zona, che si avvalgono dall’acqua pura proveniente dal Monte Nerone. Apecchio è il paese dell’ “Alogastronomia”, che come spiega Angelo Serri, direttore di Tipicità e Gran Tour delle Marche, “E’ un neologismo che indica un filo conduttore tra birra artigianale, prodotti di qualità e territorio di provenienza”. Qui ha infatti sede l’Associazione Nazionale “Città della Birra”, (www.vivereapecchio.it) presieduta dal suo Sindaco, ed ha come soci fondatori 8 Comuni delle Marche (Apecchio, Fermignano, Cantiano, Serra Sant’Abbondio, Monte Porzio, Arcevia, Servigliano, Comunanza), un Comune dell’Umbria (Montone) e un Comune dell’Abruzzo (Fossa).
Dalla bici al cavallo. Nella vicina Chiaserna di Cantiano il Centro Ippico di Badia (tel. 0721790800) consente di scoprire il mondo dei cavalli del Catria, (l’unica razza riconosciuta marchigiana), utilizzati un tempo per trasportare legna dai boschi vicini, ed oggi, grazie anche alla loro docilità, impiegati per compiere gite nella natura del Monte Catria.


Vicino nello spazio ma lontano nel tempo, ecco a Piobbico il Castello Brancaleoni (www.castellobrancaleoni.it), che risale all’ XI° secolo, poi ingrandito e trasformato in dimora gentilizia dai conti Guido e Roberto. Le sale del piano nobile sono decorate con stucchi dorati ed affreschi aventi per soggetto episodi mitologici e l'esaltazione dei Brancaleoni. E a proposito di castelli, un altro piccolo Comune, Frontone (poco più di 1.200 abitanti) ne vanta uno anch’esso risalente all’ XI° secolo che, arroccato su uno sperone, domina la vallata. Dopo svariate vicissitudini e anni di abbandono, è stato acquistato dal Comune di Frontone nel 1985 ed oggi, restaurato, è visitabile su appuntamento, tel. 353 4109466, e-mail castello.frontone@opera-coop.it.
Per restare in tema del connubio fra arte, storia e gastronomia, impossibile lasciare Frontone senza aver gustato la famosa crescia, un po’ simile alla piadina romagnola ma cotta sulla brace del camino, e servita a spicchi, accompagnata da erbette in padella, salumi, formaggi, carne alla griglia....
 


Sassoferrato ci accoglie con la suggestione della Chiesa di Santa Chiara, nel monastero abitano ancora poche anziane suore che realizzano piccoli lavori (rosari, medagliette) che si possono acquistare. Importante è il Complesso di San Pietro, con opere di pittori locali, e una canonica che racchiude antichi reperti e libri. Una curiosità: c’è una cella-prigione, dove un frate qui recluso nel ‘700, scriveva sui muri proclamando la sua innocenza dall’accusa di avere avuto un’avventura con una signora che definisce con epiteti... poco signorili.


Vicino è Serra Sant'Abbondio, il Comune più alto e più piccolo della zona (nemmeno 1.000 abitanti), ma con una storia antichissima testimoniata nella curata raccolta di reperti celti trovati nel territorio e sul monte Catria. La mostra si trova nel Municipio, è visitabile gratuitamente, su prenotazione, tel. 39 0721 700226; 39 335 1230615. E per restare in tema di specialità locali, qui ogni massaia custodisce la ricetta segreta delle pencianelle, una pasta preparata con due tipi di farine, che si presenta come una sorta di grosse losanghe condite con un sugo di fagioli e salsiccia. Un tempo era il cibo povero di chi lavorava nei campi, oggi non è facile da trovare, sostanzioso e buonissimo.


A poca distanza da Serra Sant’Abbondio, alle pendici del Monte Catria, c’è il Monastero benedettino di Fonte Avellana, suggestivo salto a ritroso nel tempo le cui origini risalgono alla fine del primo millennio d.C. e sono strettamente legate alla storia dei Camaldolesi. Si dice che l’eremo fu fondato da San Romualdo nel 980. Notevole impulso diede all'abbazia San Pier Damiani, (qui monaco e poi priore dal 1043), al quale Dante Alighieri dedicò il XXesimo canto del Paradiso, anzi pare che Dante abbia soggiornato fra queste mura. Fra i tesori qui custoditi, nella grande biblioteca coi libri stampati fra il Sei e il Settecento, è conservata una rarissima Bibbia poliglotta, del 1657. Sotto le antiche volte della foresteria si può pranzare, e molto bene, in una grande sala, serviti da monaci gentili.


La vicina Arcevia vanta 18 frazioni, 9 castelli e anche qui gioielli d’arte. Infatti nella Collegiata di San Medardo troviamo capolavori come la Madonna con il bambino di Giovanni della Robbia, ed opere del Signorelli. Nel vasto complesso di San Francesco, oltre al Museo Archeologico, ci sono due raccolte di arte contemporanea dedicate allo scultore Edgardo Mannucci e al pittore Bruno d'Arcevia. Poteva mancare anche qui una gustosa sorpresa? In questo caso è il Mays Ottofile di Roccacontrada macinato a pietra, riscoperto nel 2005 da Marino Montalbini. Deve il nome Ottofile alla disposizione dei chicchi sulla spiga, e Roccacontrada deriva dall’antico nome di Arcevia, dove cresce questo mais con il quale si prepara una polenta saporita e cremosa, ottima anche solo condita con un filo di olio evo.


Infine, Cagli, che non è certo l’ultimo Comune per importanza. Spicca l’imponente Torrione Martiniano, simbolo della città è ciò che resta della Rocca Calliense costruita nel 1481 da Francesco di Giorgio Martini. Vero gioiello è il Teatro Comunale, la cui costruzione fu avviata nel 1871, al posto del precedente Teatro delle Muse. Restaurato nel 1999, è ricco di decorazioni, di elaborate cornici, di figure simboliche, ed è diventato un punto di riferimento per artisti italiani ed internazionali. Infine, la Chiesa di San Domenico dove fra le tante mirabili opere ci incanta l'affresco commissionato da Pietro Tiranni a Giovanni Santi, padre di Raffaello, che lo realizzò nel 1492, due anni prima di morire. Al centro vi è la Madonna con il Bambino e quattro Santi, mentre in alto è raffigurato il Cristo Risorto. Lo scrittore inglese Sir Edward Hutton, appassionato dell’Italia, affermava: "Si viene a Cagli per Giovanni Santi e si resta per amore del posto". E, si potrebbe aggiungere oggi, anche per la gastronomia.

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