CRISTINA GENNARI
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"Le parole sono come musica jazz" Bergonzoni e il suo fiume di pensieri

L’attore stasera a Savignano di Rigo con ’Aprimi cielo’: "È un’invocazione, per vedere ciò che è nascosto"

"Le parole sono come musica jazz"  Bergonzoni e il suo fiume di pensieri

"Le parole sono come musica jazz" Bergonzoni e il suo fiume di pensieri

di Cristina Gennari

Un soliloquio nella natura tra idee, domande, déjà-vu e babelici elenchi. Ma anche una meditazione di pensieri apparentemente sconnessi che, attraverso sensi e sensazioni, permettono di scoprire universi comici, folli, intimi, politici e sociali. Questa sera alle 21.30 all’Aia Bella di Savignano di Rigo (nel cesenate) l’istrionico militante della parola Alessandro Bergonzoni apre la rassegna ‘Notturni nel Bosco’ con la conferenza scenica ‘Aprimi cielo’, ispirata alla sua ultima pubblicazione che porta alla luce oltre dieci anni di ricerca.

Bergonzoni, che spettacolo porta in scena?

"Un excursus del pensiero, dell’acqua, della luce, del labiale e dei gesti. Un percorso nella mia scrittura, che molti definiscono ‘gioco di parole’, ma che per me è un jazz, una musica, in cui sono le parole a giocare con me. Surrealmente e iconicamente, cercherò di narrare l’inenarrabile, di andare a vedere ciò che non siamo ancora riusciti a scorgere".

Cioè?

"Noi suddividiamo ogni cosa, eppure tutto è collegato: le immagini della Romagna allagata non si distinguono da quelle della diga bombardata in Ucraina. Tra paura e abitudine, riduciamo tutto a questioni politiche e sociali, ma serve anche un lavoro poetico, non solo etico. Io rispondo con l’arte a questo tempo, per alcuni galantuomo, per altri tiranno".

Qual è il filo conduttore?

"La spiritualità, e non la religione, è l’altrove, l’incredibile, ciò che i fisici definiscono quantistica e io chiamo ‘quantico delle creature’. Il non fermarsi al proprio mestiere: il chirurgo che opera e torna a casa, l’attore che fa i suoi spettacoli. Ecco, quest’epoca è finita. Così come sono finiti gli esempi, da Gino Strada a Peppino Impastato. Oggi vigono i dieci demandamenti - ‘fallo tu, ‘urla tu’, ‘domanda tu’ -, ma dobbiamo diventare l’esempio. È il momento di risvegliarci, perché la sedazione dalla politica sta ottenendo i suoi tremendi risultati, l’abitudine e la normalità".

Il titolo è una supplica o un imperativo?

"È un’invocazione, mai un diktat. Invoco il cielo come altri invocano soccorso, cure, rispetto per le donne, pace. Un lavoro che non vedo in giro, sopratutto dai grandi della terra. Eppure, i grandi della terra sono gli alberi, le montagne, le formiche".

Con la natura occorre fare i conti, come dimostra l’alluvione in Romagna. Si è rotto qualcosa?

"Lo abbiamo rotto. L’uomo non è in pericolo, è il pericolo. Vorrei scrivere: attenti all’uomo. Noi siamo responsabili. L’unico grande monarca a cui potrei credere, è Re Sponsabile. Abbiamo ostruito il futuro, non costruito. Non per niente i fiumi sono ostruiti, gli argini non tengono".

Manca l’attenzione o la volontà?

"Televisioni e social sono mezzi di distrazione. E poi c’è la grande sostituzione italiana: fuori un argomento e dentro un altro. Non riusciamo a tenere la lavagna scritta, cancelliamo sempre. Aspettiamo la disperazione. Eppure dovremmo cambiare per rivelazione, solo così si può passare alla rivoluzione".