Reggio Emilia, 7 febbraio 2021 - E’ passato quasi un anno da quando la pandemia da coronavirus ha iniziato a insediarsi nelle nostre vite. Arrivati a questo punto, secondo l’epidemiologo e professore Unimore Marco Vinceti, possiamo essere "ragionevolmente ottimisti" sul futuro.

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"Ci sono due elementi fondamentali di cui tenere conto - premette -. Il primo riguarda il numero di positivi, che dipende da quanti test vengono effettuati e su quali persone. Il secondo, che fornisce un’immagine più reale dell’entità del fenomeno, sono i decessi e i ricoveri, in particolare quelli in terapia intensiva".

Come possiamo inquadrare, ora, la situazione?
"Al momento esiste una lieve ma progressiva diminuzione, sia di infezioni che di eventi più seri, e questo è collegabile a varie ragioni".

Quali?
"Prima di tutto le norme per il contenimento dei contagi, ma un fattore importante è anche l’inversione di tendenza registrata in diversi territori. C’è una differenza evidente, basti pensare a Parma o Reggio rispetto a Modena o Ravenna: meno si è stati coinvolti durante la prima ondata più lo si è stati nella seconda, e viceversa. Secondo molti la spiegazione è che le popolazioni risultate per la maggior parte positive all’inizio, sono rimaste immuni dopo. Ci sono poi studi sull’immunità cellulo mediata, la quale potrebbe a avere un ruolo importante".

Vale a dire?
"L’idea è che questo tipo immunità, per quanto non legata al sistema immunitario, abbia aumentato la capacità di difesa dal virus durante la seconda ondata, vuoi per un’infezione silente o per reattività incrociata, cioè il caso in cui una persona ha avuto un’infezione da coronavirus simile alla SarsCov2, come potrebbe essere un raffreddore. In qual caso i linfociti T, non propriamente gli anticorpi, sono stati in grado di reagire al virus".

Quindi non è illogico pensare a un futuro risolutivo.
"Diciamo che possiamo essere ragionevolmente ottimisti, abbiamo una protezione che si è verificata prima di quanto pensavamo. In più gli effetti evidenti della campagna vaccinale sono dietro l’angolo, non si faranno attendere molto".

E’ troppo chiederle una previsione su quando saremo fuori da questa situazione?
"Faccio fatica a rispondere. E’ ragionevole pensare, questo sì, che la riduzione progressiva delle ultime settimane continui e quindi sperare che tra tre o quattro mesi si sia allentata l’epidemia. Fatto salvo il caso in cui si sviluppino delle varianti, capaci di resistere anche all’immunità del vaccino".

Quanto all’immunità di gregge?
"Si pensava che il 70% fosse la soglia da raggiungere, ma alcune fonti autorevoli pensano che per il coronavirus possa valere un livello inferiore, vicino al 50%. E’ un’ipotesi e inoltre si intende un livello di neutralizzazione, non di eradicazione o annullamento del virus".

Rispetto ad altre epidemie del passato, si trovano più analogie o differenze?
"Ci sono analogie con altre epidemie, come il virus influenzale o la spagnola. Il fatto è che, una volta debellate queste epidemie e soprattutto trovato il metodo per controllarle, la percezione che una situazione simile potesse tornare di attualità è andata un po’ persa. Ci si è concentrati su quella che, a quel punto, era l’emergenza, cioè le malattie cronico degenerative. Che non vanno dimenticate, anzi, temiamo che in futuro ci sia un piccolo peggioramento, considerati gli effetti sia fisici che psicologici del lockdown, oltre all’attività ospedaliera che al primo impatto si è dovuta per forza concentrare sull’epidemia Covid, com’era giusto e necessario. Abbiamo dovuto rivalutare una situazione epidemica, che comunque non ha disorientato le istituzioni, né la popolazione o la ricerca: questa è una risposta che rimarrà nel tempo, perché l’impatto è stato troppo forte per non lasciare una traccia profonda".